Domingo 25 de noviembre – Día Internacional de la Eliminación de la Violencia contra la Mujer

Todo cambia

Cambia lo superficial
Cambia también lo profundo
Cambia el modo de pensar
Cambia todo en este mundo
Cambia el clima con los años
Cambia el pastor su rebaño
Y así como todo cambia
Que yo cambie no es extraño
Cambia el mas fino brillante
De mano en mano su brillo
Cambia el nido el pajarillo
Cambia el sentir un amante
Cambia el rumbo el caminante
Aúnque esto le cause daño
Y así como todo cambia
Que yo cambie no es extraño
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia el sol en su carrera
Cuando la noche subsiste
Cambia la planta y se viste
De verde en la primavera
Cambia el pelaje la fiera
Cambia el cabello el anciano
Y así como todo cambia
Que yo cambie no es extraño
Pero no cambia mi amor
Por mas lejo que me encuentre
Ni el recuerdo ni el dolor
De mi pueblo y de mi gente
Lo que cambió ayer
Tendrá que cambiar mañana
Así como cambio yo
En esta tierra lejana
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Pero no cambia mi amor

Anna Leone – Polena

Anna Leone – Polena  ©2018

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Heitor Villa-Lobos, Melodia sentimental
Gustavo Tavares – Cello
Nelson Faria – Violão

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Nuda agli approdi,
fronte prodiera
tra due infiniti blu.

Esule tronco,
muto di canti di fronde e nidi,
orfano della terra che lo nutrì.

Immobile simula sull’acqua passi scalzi,
carezze tra varchi d’azzurro,
danza di fianchi e ventre
senza consegna,
di figlia mai nata al mondo.

L’ombra dei velacci
è il suo sol riparo
al tremore di derive.


Va lungo sfide d’acqua
e il corpo va sognando,
si bagna fino al buio
poi offre seni tesi
alla luce dell`alba.

Polena sui marosi
di tutti i mari,
sotto tempeste di desideri.

FERNANDO PESSOA – ALL’IMPROVVISO…

Frammento da:
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares

(Titolo originale: O Livro do Desassossego por Bernardo Soares)
Edizione di riferimento: Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, traduzione di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi, Universale Economica Feltrinelli, 2000

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Max Richter, “On the Nature of daylight”
Orchestre Gabriel Fauré du CRD d’Angoulême


21.2.1930

All’improvviso, come se un destino chirurgo mi avesse operato per una cecità antica ottenendo un grande successo immediato, alzo la testa dalla mia vita anonima verso la chiara conoscenza del come esisto. E vedo che tutto quanto ho fatto, tutto quanto ho pensato, tutto quanto sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi stupisco di quello che non sono riuscito a vedere. Mi sorprendo di quanto sono stato accorgendomi che in fin dei conti non sono.
Guardo, come in una distesa al sole che rompe le nuvole, la mia vita passata; e mi accorgo, con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un’ebbrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l’attore, ma i suoi gesti.
Tutto quanto ho fatto, ho pensato e sono stato, è una somma di subordinazioni, sia a un ente falso che ho creduto mio perché ho agito partendo da lui, sia di un peso di circostanze che ho scambiato per l’aria che respiravo. In questo momento del vedere, sono un solitario immediato che si riconosce esiliato nel luogo in cui si è sempre creduto cittadino. Nel più intimo di ciò che ho pensato non sono stato io.
Mi sopravviene allora un terrore sarcastico della vita, uno sconforto che va oltre i limiti della mia individualità cosciente. So che sono stato errore e traviamento, che non ho mai vissuto, che sono esistito soltanto perché ho riempito tempo con coscienza e pensiero. E la mia sensazione di me è quella di chi si sveglia dopo un sonno pieno di sogni reali, o quella di chi è liberato, grazie a un terremoto, dalla poca luce del carcere a cui si era abituato.
Mi pesa, mi pesa veramente, come una condanna a conoscere, questa nozione improvvisa della mia vera individualità, di quella che ha sempre viaggiato in modo sonnolento fra ciò che sente e ciò che vede.
È così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l’anima è un’entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre di essere dormitore della vita. Sì, lo ripeto, sono come un viaggiatore che all’improvviso si trovi in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove, e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque affacciato al ponte, che passi la verità, e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.
È stato un attimo, ed è già passato. Vedo ormai i mobili che mi circondano, il disegno della vecchia carta alle pareti, il sole attraverso i vetri polverosi. Ho visto la verità per un attimo. Sono stato per un attimo, coscientemente, ciò che i grandi uomini sono verso la vita. Ricordo i loro atti e le loro parole, e non so se non sono stati anche loro tentati vittoriosamente dal Demone della Realtà. Non sapere di sé vuol dire vivere. Sapere poco di sé vuol dire pensare. Sapere di sé, all’improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell’anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.
È stato solo un attimo e mi sono visto. Poi, non so più dire ciò che sono stato. E, alla fine, ho sonno, perché, non so perché, penso che il senso è dormire.

Fernando Pessoa – E così sono, futile e sensibile…

Frammento da:
IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE
di Bernardo Soares

(Titolo originale: O Livro do Desassossego por Bernardo Soares)

Edizione di riferimento: Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, prefazione di Antonio Tabucchi, traduzione di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi, Universale Economica Feltrinelli, 2000

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie – Gnossienne No.4
Reinbert de Leeuw, piano


E così sono, futile e sensibile, capacedi impulsi violenti e assorbenti, cattivi e buoni, nobili e vili, ma mai di unsentimento duraturo, mai di un’emozione che continui ed entri nella sostanzadell’anima. Tutto in me tende ad essere senza interruzione un’altra cosa;un’impazienza dell’anima con se stessa come con un bambino inopportuno;un’inquietudine sempre crescente e sempre uguale. Tutto mi interessa e nulla miprende. Attendo a tutto sempre sognando; fisso i più impercettibili movimentidel volto dei miei interlocutori, raccolgo le intonazioni millimetriche deiloro discorsi; ma mentre ascolto non ascolto, penso a qualcos’altro, e ciò chemeno mi resta della conversazione è il senso dì quanto è stato detto da me o dacolui col quale ho parlato. Di modo che spesso ripeto a qualcuno quello che hogià ripetuto, chiedo di nuovo quello che mi è già stato risposto; ma potreidescrivere, in quattro parole fotografiche, l’espressione dei muscoli con laquale costui ha detto quello che io non ricordo o il lampo di comprensionedello sguardo con cui ha ricevuto il discorso che io non ricordavo di averglifatto. Sono due, ed entrambi sono lontani: fratelli siamesi che non sonoattaccati.

10.

E assim sou, fútil e sensível, capaz de impulsos violentos e absorventes, maus e bons, nobres e vis, mas nunca de um sentimento que subsista, nunca de uma emoção que continue, e entre para a substância da alma. Tudo em mim é a tendência para ser a seguir outra coisa; uma impaciência da alma consigo mesma, como com uma criança inoportuna; um desassossego sempre crescente e sempre igual. Tudo me interessa e nada me prende. Atendo a tudo sonhando sempre; fixo os mínimos gestos faciais de com quem falo, recolho as entoações milimétricas dos seus dizeres expressos; mas ao ouvi-lo, não o escuto, estou pensando noutra coisa, e o que menos colhi da conversa foi a noção do que nela se disse, da minha parte ou da parte de com quem falei. Assim, muitas vezes, repito a alguém o que já lhe repeti, pergunto-lhe de novo aquilo a que ele já me respondeu; mas posso descrever, em quatro palavras fotográficas, o rosto muscular com que ele disse o que me não lembra, ou a inclinação de ouvir com os olhos com que recebeu a narrativa que me não recordava ter-lhe feito. Sou dois, e ambos têm a distância — irmãos siameses que não estão pegados.

MASSIMO BOTTURI – AMATE BENE, AMATE SOLO

MASSIMO BOTTURI
AMATE BENE, AMATE SOLO
©2018

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Nino Rota
Pavana
Angelo Ragno, flauto


MASSIMO BOTTURI

AMATE BENE, AMATE SOLO ©

Ai ragazzini d’oggi a cui manca un prato
il fango, il muco sui polsini e le spighe nelle calze;
io dico le ho provate e amate queste cose.
E il fumo del carbone perché tirava piano
la stufa di quel buco di casa al piano alto
di un caseggiato con gli orinali, le ringhiere
gelate anche in agosto sotto una luna molle.
E il buio più feroce e anche l’incenso
di quando servir messa era un obbligo
il malore, di mamma coi collant mezzi buchi
il pianto muto, di quando divideva il suo latte
con me solo, e un tozzo di raffermo da metterci
e girarlo, così che diventasse più dolce dopo il giorno.
Io le ho provate e viene il magone se ci penso
che adesso siamo tutti alle porte di vecchiaia
e ancora ricordiamo il sudore appiccicoso
il ciao di certi duri traslochi, e la campagna
che a noi sembrava fosse dovunque.
Ve lo dico, perché ognuno di noi quaggiù in terra
è come Dio
e infanzia viene solo una volta. Amate bene
amate solo.

MARCELLO COMITINI — CONSENTIMENTO

MARCELLO COMITINI – CONSENTIMENTO ©2018

Lettura di Luigi Maria Corsanico

György Ligeti: Solo Sonata – I. Dialogo
Ildiko Szabo, cello

                        Immagine di L.M.Corsanico

MARCELLO COMITINI

CONSENTIMENTO ©

Poggio il mio viso sulle mani
radici contorte e inariditi rami
di un passato
che mi fiorisce alle spalle.
Falangi delle dita
ossa tendini palme dorsi pelle.
Cosa resta delle mie mani un tempo
dispensatrici di carezze ?
Il numero degli anni
increspa lentamente il cuore che resiste
aperto come un tronco
da profondi squarci. Le immagini
mi affollano il cervello di risate
degli amori dei silenzi
che attraversavano il mio corpo.
Le mani attendono
nel consentimento dello specchio
nello stupore dello sguardo
ch’io ritrovi il senso
indecifrabile del tempo
quella scia all’orizzonte
dove si frangono le onde
tumultuose dell’anima.
Le speranze fuggono improvvise
dal dorso della mano
come colombe impaurite.
Gli occhi ancora tacciono guardandole.

Luigi Maria Corsanico interpreta: «Io vulesse truvà pace»

«Io vulesse truvà pace»
di Eduardo De Filippo

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie, Gymnopedie N. 1 per due chitarre
Boris Bagger
Roman Hernitscheck


«Io vulesse truvà pace»
di Eduardo De Filippo

Io vulesse truvà pace;
ma na pace senza morte.
Una, mmiez’a tanta porte,
s’arapesse pè campà!

S’arapesse na matina,
na matin’ ‘e primavera,
e arrivasse fin’ ‘a sera
senza dì: « nzerràte llà »

Senza sentere cchiù ‘a ggente
ca te dice: « io faccio…, io dico »,
senza sentere l’amico
ca te vene a cunziglià.

Senza senter’ ‘a famiglia
ca te dice:« Ma ch’ ‘e fatto? »
Senza scennere cchiù a patto
c’ ‘a cuscienza e ‘a dignità.

Senza leggere ‘o giurnale…
‘a nutizia impressionante,
ch’è nu guaio pè tutte quante
e nun tiene che ce fà.

Senza sentere ‘o duttore
ca te spiega a malatia…
‘a ricett’ in farmacia…
l’onorario ch’ ‘e ‘a pavà.

Senza sentere stu core
ca te parla ‘e Cuncettina,
Rita, Brigida, Nannina…
Chesta sì… Chell’ata no.

Pecchè, insomma, si vuò pace
e nun sentere cchiù niente,
‘e ‘a sperà ca sulamente
ven’ ‘a morte a te piglià?

Io vulesse truvà pace
ma na pace senza morte.
Una, mmiez’a tanta porte,
s’arapesse pè campà!

S’arapesse na matina,
na matin’ ‘e primavera…
e arrivasse fin’ ‘a sera
senza dì: « nzerràte llà »