Eugenio Montejo – Creo en la vida

Eugenio Montejo
(Caracas, 19 de octubre de 1938 – Valencia, 5 de junio de 2008)
Creo en la vida
de Terredad, 1978

Leído por Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt Fratres para Cello y Arpa
Arpège Duo
George Durham – Cello
Kihwa Lee – Arpa

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Creo en la vida bajo la forma terrestre,
tangible, vagamente redonda,
menos esférica en sus polos,
por todas partes llena de horizontes.

Creo en las nubes, en sus páginas
nítidamente escritas,
y en los árboles, sobre todo en el otoño
(A veces creo que soy un árbol).

Creo en la vida como terredad,
como gracia o desgracia.
– Mi mayor deseo fue nacer,
y cada vez aumenta.

Creo en la duda agónica de Dios,
es decir, creo que no creo,
aunque de noche, solo,
interrogo a las piedras,
pero no soy ateo de nada
salvo de la muerte.

Eugenio Montejo – Credo nella vita

Eugenio Montejo
(Caracas, 19 ottobre 1938 – Valencia, 5 giugno 2008)
Credo nella vita
da Territudine, 1978
Eugenio Montejo, La lenta luce del tropico,
Antologia poetica, a cura di Marta Canfield,
traduzione e note di Luca Rosi

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt Fratres per Cello e Arpa
Arpège Duo
George Durham – Cello
Kihwa Lee – Arpa

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Credo nella vita sotto forma terrestre,
tangibile, vagamente rotonda,
meno sferica ai poli,
in ogni luogo piena di orizzonti.

Credo nelle nuvole, nelle loro pagine
nitidamente scritte
e negli alberi, soprattutto d’autunno.
(Talvolta mi sembra d’essere un albero).

Credo nella vita come territudine,
come grazia o disgrazia.
Il mio più grande desiderio fu quello di nascere,
e ogni istante aumenta ancora.

Credo nel dubbio agonico di Dio,
ovvero, credo di non credere,
anche se di notte, da solo,
interrogo le pietre,
ma non sono ateo di nulla
se non della morte.

René Char – Io abito un dolore

René Char
(L’Isle-sur-la-Sorgue, 14 giugno 1907 – Parigi, 19 febbraio 1988)

Io abito un dolore
(J’habite une douleur – “Poèmes et prose choisis”, Éditions Gallimard, Paris, 1957)
da “René Char, Poesie”, a cura di Elisa Donzelli, “Collezione di poesia” Einaudi, 2018
Traduzione di Giorgio Caproni

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Arvo Pärt
Fratres for Cello and Harp – Arpège Duo
George Durham – Cello
Kihwa Lee – Harp

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     Non lasciar la cura di governare il tuo cuore a quelle tenerezze parenti dell’autunno, da cui han preso il placido andare e l’affabile agonia. L’occhio è precoce nell’avvizzire. La sofferenza conosce poche parole. Preferisci coricarti senza fardello: sognerai il domani e ti sarà lieve il letto. Sognerai che la tua casa non ha piú vetri. Sei impaziente d’unirti al vento, al vento che percorre un anno in una notte. Altri canteranno la melodiosa incarnazione, le carni che personificano soltanto la stregoneria della clessidra. Condannerai la gratitudine che si ripete. Piú tardi, sarai identificato a qualche disgregato gigante, signore dell’impossibile.

     Eppure.

     Non hai fatto che aumentare il peso della tua notte. Sei tornato alla pesca di muraglie, alla canicola senza estate. Sei furibondo contro il tuo amore al centro d’un’intesa che perde il senno. Pensa alla casa perfetta che mai vedrai alzarsi. A quando il raccolto dell’abisso? Ma tu hai cavato gli occhi al leone. Credi di veder passare la bellezza sopra nere lavande…

     Cos’è che t’ha issato, ancora una volta, un poco piú in alto, senza convincerti?

     Non v’è seggio puro.

Emilio Piccolo – Ulisse

Emilio Piccolo (Acerra, 1951 -2012)
Ulisse

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Pat Metheny – Don’t Forget

immagini dal web di proprietà degli Autori

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Ulisse

Io non sono mai partito da Itaca né ad Itaca sono mai tornato.
Non ho visto Priamo piangere sul corpo del figlio, né odorato
il profumo del legno con cui erano fatte le assi del cavallo
da cui sbucarono a notte i guerrieri che avrebbero distrutto
una città e fondato l’impero di una civiltà. Non ho rubato le armi
di Aiace né mai ho convinto Circe o Calipso a donarmi
per amore il corpo o la giovinezza, l’estasi o l’oblio.
A casa non ho mai avuto Penelope ad attendermi né Telemaco
ha mai cercato il padre che non sono mai stato. Sono arrivato qui per caso,
qui dove non fioriscono gli ulivi e le mandorle non hanno il sapore
dell’estate e della sete. Ho visto molto, ho visto troppo, o troppo
poco. Quanto basta per capire che in quel poco di spazio
che c’è tra un pianeta e le stelle c’è posto per tutto,
e che ogni giorno è felice se vuoi che lo sia,
e pieno di dolore, se non sai farne a meno.
Ora sogno di varcare un giorno le colonne d’Ercole
e d’incontrare, su una montagna bruna che esce dal mare,
un uomo che abbia il mio volto, le mie mani, i miei occhi
e mi dica: eri tu che io aspettavo, eri tu.
Non incontrerò mai quell’uomo, lo so,
ma a notte, mentre una donna che somiglia a Penelope
mi carezza con una tenerezza che Penelope non ha mai avuto,
sento che quell’uomo, nel buio, mi guarda
e mi parla di un‘isola lontana, dove non sono mai stato,
dove non andrò mai perché è tempo ormai
di essere felice, qui, in questa via chiassosa di Manhattan
dove guardando un fast food intuisci
che il tempo è un’invenzione degli dei
che hanno invidia per gli uomini che muoiono.

Francesco Petrarca – Solo et pensoso

Francesco Petrarca
Canzoniere
XXXV – Solo et pensoso

Edizione di riferimento:
Il Canzoniere, a cura di Giancarlo Contini,
Einaudi, Torino 1964

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Francesco da Milano (1497 – 1543)
Ricercare 51
Trond Bengtson, liuto rinascimentale

Andrea del Castagno, Francesco Petrarca,
particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri,
affresco, 1450, Galleria degli Uffizi, Firenze

Arnold Böcklin (1827 – 1901)
Petrarca an der Quelle von Vaucluse (particolare)

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                            XXXV

    Solo et pensoso i piú deserti campi

vo mesurando a passi tardi et lenti,

et gli occhi porto per fuggire intenti

ove vestigio human l’arena stampi.                        4

 

   Altro schermo non trovo che mi scampi

dal manifesto accorger de le genti,

perché negli atti d’alegrezza spenti

di fuor si legge com’io dentro avampi:                   8

 

   sí ch’io mi credo omai che monti et piagge

et fiumi et selve sappian di che tempre

sia la mia vita, ch’è celata altrui.                           11

 

   Ma pur sí aspre vie né sí selvagge

cercar non so ch’Amor non venga sempre

ragionando con meco, et io co llui.                      14

PABLO NERUDA – ODA AL OTOÑO

Pablo Neruda – Oda al otoño

Odas Elementales
Pablo Neruda
Losada, Buenos Aires (1954)

Leído por Luigi Maria Corsanico

Gustav Klimt
Buchenwald I 1902

Astor Piazzolla
Cafè 1930
Duo Anlagen
Angela Longo, clarinete
Angelo Martines, guitarra

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Ay cuánto tiempo
tierra
sin otoño,
cómo
pudo vivirse!
Ah qué opresiva
náyade
la primavera
con sus escandalosos
pezones
mostrándolos en todos
los árboles del mundo,
y luego
el verano,
trigo,
trigo,
intermitentes
grillos,
cigarras,
sudor desenfrenado.
Entonces
el aire
trae por la mañana
un vapor de planeta.
Desde otra estrella
caen gotas de plata.
Se respira
el cambio
de fronteras,
de la humedad al viento,
del viento a las raíces.
Algo sordo, profundo,
trabaja bajo la tierra
almacenando sueños.
La energía se ovilla,
la cinta
de las fecundaciones
enrolla
sus anillos.
Modesto es el otoño
como los leñadores.
Cuesta mucho
sacar todas las hojas
de todos los árboles
de todos los países.
La primavera
las cosió volando
y ahora
hay que dejarlas
caer como si fueran
pájaros amarillos.
No es fácil.
Hace falta tiempo.
Hay que correr por
los caminos,
hablar idiomas,
sueco,
portugués,
hablar en lengua roja,
en lengua verde.
Hay que saber
callar en todos
los idiomas
y en todas partes,
siempre
dejar caer,
caer,
dejar caer,
caer
las hojas.
Difícil
es
ser otoño,
fácil ser primavera.
Encender todo
lo que nació
para ser encendido.
Pero apagar el mundo
deslizándolo
como si fuera un aro
de cosas amarillas,
hasta fundir olores,
luz, raíces,
subir vino a las uvas,
acuñar con paciencia
la irregular moneda
del árbol en la altura
derramándola luego
en desinteresadas
calles desiertas,
es profesión de manos
varoniles.
Por eso,
otoño,
camarada alfarero,
constructor de planetas,
electricista,
preservador de trigo,
te doy mi mano de hombre
a hombre
y te pido me invites
a salir a caballo,
a trabajar contigo.
Siempre quise
ser aprendiz de otoño,
ser pariente pequeño
del laborioso
mecánico de altura,
galopar por la tierra
repartiendo
oro,
inútil oro.
Pero, mañana,
otoño,
te ayudaré a que cobren
hojas de oro
los pobres del camino.
Otoño, buen jinete,
galopemos,
antes que nos ataje
el negro invierno.
Es duro
nuestro largo trabajo.
Vamos
a preparar la tierra
y a enseñarla
a ser madre,
a guardar las semillas
que en su vientre
van a dormir cuidadas
por dos jinetes rojos
que corren por el mundo:
el aprendiz de otoño
y el otoño.
Así de las raíces
oscuras y escondidas
podrán salir bailando
la fragancia
y el velo verde de la primavera.