Amina Narimi – Un piccolo perpetuo sulla lingua

Amina Narimi ©
Un piccolo perpetuo sulla lingua
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Oud and Violin Dialogue
Anwar Hariri at Violin
Nazeh Abu Al-reesh at Oud

Fece un attimo di pausa,
prima di continuare tra le viti
con un sorta di radice da tirarsi dietro
a distanza di un braccio dalla schiena,
nel fascio preciso della luce
accumulando energia
sulla punta delle dita.
Con un procedere rituale,
come a incanalare pace
in un punto d’unione la sua musica vibrò,
come fosse uno stendardo,
afferrando della gioia nell’intarsio
delle pieghe,
un segreto per l’occhio della mente.
Non c’è modo di parlarne
se non per paragone a qualcosa che conosco;
come tamburi colpiti da sussurri
intrecciava con le viti una poesia
un ricamo argenteo sulle vene
dell’acqua, in mezzo al piccolo frutteto
avvolgendo le mie ossa con i fili
con i lacci di un canto nel silenzio,
lo stesso di una stanza di un bambino
quando dorme
spostando l’aria col respiro.
C’è una vita leggerissima da allora
nello stagno di narimi,
una staziona segreta che rimane
un piccolo perpetuo sulla lingua,
nel barlume che raggiunge
il suo splendore.
Fra gli sguardi del sole io ritorno
nelle ombre assegnate
una mussola in preghiera ed argentina,
nel ventre smisurato del mio bosco
dei cervi muti, custodi di vocali,
dove la corsa finisce in un miracolo
e il suo corpo uno strumento che congiunge
a voce bassa dei semplici bambini
che si sporgono nel nulla
ad occhi chiari
dalla cima dell’ultima parola,
con un dire lungo i lati delle labbra
la vita vince sempre su ogni uno,
con un filo, rosso, che ci lega
nel seme del tacito affidarsi.   

Amina Narimi ©

Amina Narimi – C’era legna sulle nostre schiene

Amina Narimi ©
C’era legna sulle nostre schiene

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Sarangi Instrumental-Indian Classical
Raga Mishr Pilu on Sarangi by Murad Ali

Charagua – Victor Jara
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” C’era legna sulle nostre schiene” ©

C’era legna sulle nostre schiene
la gola blu del toro
quando viaggiavamo da Gangotri a Gomukh
per la via della speranza speranza fino al Ganga,
nei tre cieli, e giù, fino alla baia di Bengal
alle foreste di cedri abbiamo messo il vaso
acqua e rose alla fine della neve,
sul campo a benedire le sementi
nello stesso punto sotto al cuore.
quando ci siamo allontanati
ho seguito le linee della mano
alle pendici delle Ande c’è un riparo,
una terra sconosciuta Yasunì
Apri le mani e Vieni !
faremo sapone dalle bacche
masticheremo foglie, con il cuore
fino ai reni giocheremo alla rayuela
con le rane più piccole del mondo
Tocca ! sanno di limone le formiche
e le scimmie fanno lana, ma più di tutto
c’è una cosa che voglio dirti :
a Yasunì gli alberi camminano
sollevando le radici come braccia
seguono la luce
per otto metri al giorno. All’infinito
i nostri dolori li mangeranno i funghi
a pasti brevi-
Anche se da lì non vedi fuori
c’è un riparo nuovo a Yasunì
e sulle nostre dita
cresceranno come nidi braccia nuove
l’amore impiglierà nei rami
a piangere di gioia dove vuole

ALTA MAREA – ENRICO TOSO

Enrico Toso
Alta marea ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Aleksandr Skrjabin
24 Preludes Op.11 – No.22 in G minor

Immagine di: Francis A Willey
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Alta marea ©
Credimi
È il tuo ballo
Della sera il belletto
Del mattino il canto
Svegliami
È il fruscio
Delle tue vesti
Lo stormire del vento
Accarezzami
È la tua mano
Della mia pelle
L’onda
Stringimi
È il tuo fiato
Del mio petto
L’aria
Prendimi
È il tuo corpo
Del mio corpo
Il fuoco
Avvolgimi nelle tue spire
Consumami fino all’anima
Lasciami
Morire
Così

FERNANDO PESSOA – da “Il libro dell’inquietudine”

FERNANDO PESSOA
Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares
Lettura di Luigi Maria Corsanico

“Tutta la vita dell’anima umana
è un movimento nella penombra…”

Titolo originale:
Livro do Desassossego, Composto por Bernardo Soares,
Ajudante de Guarda-livros na Cidade de Lisboa.

Dipinti di Jeanne Bessette
http://bessetteart.com/

Alma
Paolo Fresu-trumpet
Omar Sosa-piano
Jacques Morelenbaum-cello

Enrico Toso – Unico

 

Enrico Toso
UNICO ( © 2013 – Edizioni Osiride, Rovereto)
Alcuni passi
dal romanzo
di Enrico Toso
come un “incipit”….
…………………………..
“Unico, a dispetto del titolo, non è uno scritto narcisista, ma è piuttosto un romanzo di formazione, un piccolo Bildungsroman, scritto con prosa colta e attenta, volta a descrivere quasi entomologicamente l’Erlebnis del ricordo e la fisicità dei suoi fantasmi. La chiarezza e la trasparenza dell’espressione linguistica corrispondono ad una vera e propria cartina di tornasole dell’iniziazione alla vita del giovane protagonista. Una vita ricca di una normalità mai supina, pronta a mettersi in discussione e nello stesso tempo a cogliere ogni occasione di scoperta e di crescita, consapevole di diritti e doveri, alimentata da sogni e da speranze sempre in realistico per quanto dialettico e a volte aspro confronto con la realtà.
La penna di Enrico Toso si riscalda quando si misura con i profili dei personaggi amati; sono nel suo cuore e restano anche in quello del lettore.”
Mario Cossali
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Opera pittorica di Edgar Caracristi  ©

Musiche di Adrian Konarski ©

Letture di Luigi Maria Corsanico

Ode alla notte – Fernando Pessoa

Fernando Pessoa
Ode alla Notte
da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi, Biblioteca Adelphi, 1993.
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Fotografie di L.M. Corsanico

Vieni, Notte antichissima e identica,
Notte Regina nata detronizzata,
Notte internamente uguale al silenzio,
Notte con le stelle, lustrini rapidi sul tuo vestito frangiato di Infinito.
Vieni vagamente, vieni lievemente,
vieni sola, solenne, con le mani cadute lungo i fianchi,
vieni e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,
fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
tutte le strade che la salgono,
tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,
tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
e lascia solo una luce, un’altra luce e un’altra ancora,
nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
nella distanza subitamente impossibile da percorrere.
Nostra Signora delle cose impossibili che cerchiamo invano,
dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
dei propositi che ci accarezzano sulle ampie terrazze
degli alberghi cosmopoliti sul mare,
al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.
Vieni e cullaci,
vieni e consolaci,
baciaci silenziosamente sulla fronte,
cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d’essere baciati
se non per una differenza nell’anima
e un vago singulto che parte misericordiosamente
dall’antichissimo di noi laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,
perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può essere nella vita.
Vieni solennissima,
solennissima e colma di una nascosta voglia di singhiozzare,
forse perché grande è l’anima e piccola è la vita,
e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.
Vieni, dolorosa,
Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
fresca mano sulla fronte-febbricitante degli Umili,
sapore d’acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.
Vieni, dal fondo dell’orizzonte livido,
vieni e strappami dal suolo dell’angustia in cui io vegeto,
dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
dal quale naturalmente sono spuntato.
Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
e fra erbe alte margherita ombreggiata,
petalo per petalo leggi in me non so quale destino
e sfogliami per il tuo piacere,
per il tuo piacere silenzioso e fresco.
Un petalo di me lancialo verso il Nord,
dove sorgono le città di oggi il cui rumore ho amato come un corpo.

Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
dove sono i mari e le avventure che si sognano.
Un altro petalo verso Occidente,
dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.
E l’altro, gli altri, tutti gli altri petali
– oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! –
affidali all’Oriente,
l’Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
l’Oriente pomposo e fanatico e caldo,
l’Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
l’Oriente buddhista, bramanico, scintoista,
l’Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
tutto quanto noi non siamo,
l’Oriente dove – chissà – forse ancor oggi vive Cristo,
dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto..
Vieni sopra i mari,
sopra i mari maggiori,
sopra il mare dagli orizzonti incerti,
vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
e calmalo misteriosamente,
o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!
Vieni, premurosa, vieni, materna,
in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
e che vedesti nascere Geova e Giove,
e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
e il grande Spazio Misterioso al di la di essi.. Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
avvolgi nel tuo mantello leggero
il mio cuore… Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,
con le stelle che brillano (o Travestita dell’Oltre!),
polvere di oro sui tuoi capelli neri,
e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.
Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
Quando tu entri ogni voce si abbassa
Nessuno ti vede entrare
Nessuno si accorge di quando sei entrata,
se non all’improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
che tutto perde i contorni e i colori,
e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all’orizzonte,
già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.