Là dove tre soli splendono – Orazio Nastasi

Orazio Nastasi©
31 luglio 2015
Là dove tre soli splendono
Lettura di Luigi Maria Corsanico

“E vui durmiti ancora”
Brano tratto dall’album “Mandolino siciliano” di Mario Rizzo.
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Là dove tre soli splendono
e ha principio il mondo
è la terra dalle uova d’oro.
E quando per caso, in inverno,
il cielo è di stagno,
colorano l’aria le arance
e il vento, civettuolo,
con un giallo foulard di seta
è pieno di insolita allegria.
Ma troppi sono gli alberi del lutto,
che, cose d’ombra, ci guardano
con un brivido
se il silenzio si appoggia su di noi
come una nuvola sporca di grasso.
E il tempo pesa
come un macigno
come una tortura
come il riflesso di un volto sconosciuto
in uno specchio rotto.
Pallide come lacrime, allora,
si perdono le stelle.
Ma quando è giusta la stagione
sono così luminose che sbiancano le notti
e i monti si sollevano per baciarle.
E nessuna parola tua o mia potrebbe
rompere l’incanto.
Neppure i respiri esitanti
di una ragazza e del suo ragazzo
che hanno in mano una intera famiglia di sogni
e la lanterna magica.
Il mare, a due passi, mi guarda stranito
per questa replica di pensieri,
mentre la luna gioca a nascondino tra gli alberi
e io cerco di non sbagliare
il numero delle foglie.
L’ombra di un’eco gioiosa giunge improvvisa
dal cielo.
E io, ridicolo come sono,
perché si accorga di me
volgo lo sguardo verso il capo di un faro
e agito le mani
come un bambino sulla giostra.

Orazio Nastasi©
31 luglio 2015

Pablo Neruda – Eres toda de espumas

Pablo Neruda
El hondero entusiasta – 1933
Eres toda de espumas delgadas y ligeras

Leído por Luigi Maria Corsanico
Gustavo Santaolalla – El viaje
Foto de L.M. Corsanico
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Eres toda de espumas delgadas y ligeras
y te cruzan los besos y te riegan los días.
Mi gesto, mi ansiedad cuelgan de tu mirada.
Vaso de resonancias y de estrellas cautivas.
Estoy cansado, todas las hojas caen, mueren.
Caen, mueren los pájaros. Caen, mueren las vidas.

Cansado, estoy cansado. Ven, anhélame, víbrame.
Oh, mi pobre ilusión, mi guirnalda encendida!
El ansia cae, muere. Cae, muere el deseo.
Caen, mueren las llamas en la noche infinita.

Fogonazo de luces, paloma de gredas rubias,
líbrame de esta noche que acosa y aniquila.

Sumérgeme en tu nido de vértigo y caricia.
Anhélame, retiéneme.
La embriaguez a ]a sombra florida de tus ojos,
las caídas, los triunfos, los saltos de la fiebre.
Ámame, ámame, ámame.
De pie te grito! Quiéreme.
Rompo mi voz gritándote y hago horarios de fuego
en la noche preñada de estrellas y lebreles.
Rompo mi voz y grito. Mujer, ámame, anhélame.
Mi voz arde en los vientos, mi voz que cae y muere.

Cansado. Estoy cansado. Huye. Aléjate. Extínguete.
No aprisiones mi estéril cabeza entre tus manos.
Que me crucen la frente los látigos del hielo.
Que mi inquietud se azote Con los vientos atlánticos.
Huye, Aléjate. Extínguete. Mi alma debe estar sola.
Debe crucificarse, hacerse astillas, rodar,
verterse, contaminarse sola,
abierta a la marea de los llantos,
ardiendo en el ciclón de las furias,
erguida entre los cerros y los pájaros,
aniquilarse, exterminarse sola,
abandonada y única como un faro de espanto.

Pablo Neruda – Me gustas cuando callas…

Pablo Neruda
Poema XV – Me gustas cuando callas…
Veinte poemas de amor y una canción desesperada
Voz y piano: Luigi Maria Corsanico
Retratos de Tina Modotti

Me gustas cuando callas porque estás como ausente,
y me oyes desde lejos, y mi voz no te toca.
Parece que los ojos se te hubieran volado
y parece que un beso te cerrara la boca.

Como todas las cosas están llenas de mi alma
emerges de las cosas, llena del alma mía.
Mariposa de sueño, te pareces a mi alma,
y te pareces a la palabra melancolía.

Me gustas cuando callas y estás como distante.
Y estás como quejándote, mariposa en arrullo.
Y me oyes desde lejos, y mi voz no te alcanza:
déjame que me calle con el silencio tuyo.

Déjame que te hable también con tu silencio
claro como una lámpara, simple como un anillo.
Eres como la noche, callada y constelada.
Tu silencio es de estrella, tan lejano y sencillo.

Me gustas cuando callas porque estás como ausente.
Distante y dolorosa como si hubieras muerto.
Una palabra entonces, una sonrisa bastan.
Y estoy alegre, alegre de que no sea cierto.

LA PARTENZA di Eugenio Preta

Eugenio Preta
La partenza ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Trio Chemirani
Azadeh
Omar Sosa & Ballaké Sissoko

Sfiora lo sguardo ai sospiri della casa bianca, e assale pensieri, come cerchi nell’acqua, mentre finge il mattino rumori che ancora rifiuta agli anticipi di novello autunno.
Soffio di sottile aliseo agita bianco lino alle pareti e suoni di candele e odori di mare sul tavolo di consunto salone, come tavolozza provenzale che amato amico colorava agli schizzi di Cézanne o alle spire di uno sconfinato maestrale.
Ora ripete stanco ritmo dell’andare nel volo di curiosa farfalla e sollecito frinire di cicala sui filari della vite e anticipa, sul mare stretto davanti alle isole abbagliate dal sole, i riti consueti e il soffio del vento mentre la calura folgora la terra su fronde immobili per lunga attesa di sospirata brezza.
Come lieve incanto, sulla terrazza della menta, dei gerani messinesi e di ombroso salice, sospira al soffio che avanza l’inverno, socchiude le imposte di chiaro legno ai lumi ancora fumanti nella chiaria dell’alba e volge gli occhi all’orizzonte.
Sospese le tavolate dell’estate e soddisfatte le domande delle stelle cadenti ,ora solo stranito silenzio di sabbie alla marina,e lontano stridere di consunto metallo nelle antiche chiavi di una casa di pietra.
Lenta sfumava consueta stagione e agli inganni adusa e alle urla dei bimbi e ai giochi azzurri dell’acqua e agli spazi rubati agli orti di rugiada e, nell’angolo nascosto della terrazza , alla poltrona dell’attesa, sospesa tra le frenesie della gioventù e la quiete dell’età che avanza il tempo.
Rallentata nei meriggi di calura e racchiusa nelle serate senza respiro di vento, allunga l’estate nei bicchieri di freddo vino o nel refrigerio mattutino di chiara bevanda , all’ombra degli ulivi sparsi nel pianoro dove corre lo sguardo ad abbracciare sul mare quell’orizzonte di isole tremolanti, pensili sul vento come frutti incollati ai tetti di vecchi ruderi abbandonati in mezzo a campi di stoppie e caolino e rovi e sassi e pietre che ormai non separano più la collina dei limoni e degli orti assetati.
Ora può chiudere le porte del casale.
Dopo lo sterrato degli ulivi sospesi tra i giardini dei limoni, la strada si incolla allo stanco traffico di uomini e di cose e lascia sfinire nel fumo del mattino ,il lontano dondolio degli alberi, eppure immobili sul filo della contrada .
E avanzano le ombre della sera e rimane immobile lo stretto mare chiuso tra alte nuvole e orizzonte di cielo a rallentare l’incedere del tempo, ora solo memoria di colline e di smarrite contrade e lente processioni del Santo e immutabile cammino nelle spire di fredda stagione che già incalza l’autunno e sfuma, nei ritorni dei pensieri, perdute memorie di tiepide acque e caldi soffi di consueto scirocco.

Elogio dell’ombra – Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges 
Elogio dell’ombra (Elogio de la sombra 1969)
Lettura di Luigi Maria Corsanico

“Song to the Mother” from the album “When the winds dissolve”.
Johannes Möller-Classical guitar.

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)
può essere il tempo della nostra felicità.
L’animale è morto o è quasi morto.
Rimangono l’uomo e la sua anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che non sono ancora le tenebre.
Buenos Aires,
che prima si lacerava in suburbi
verso la pianura incessante,
è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le sfocate case dell’Once
e le precarie e vecchie case
che chiamiamo ancora il Sur.
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all’eternità.
I miei amici non hanno volto,
le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri.
Tutto questo dovrebbe intimorirmi,
ma è una dolcezza, un ritomo.
Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra
ne avrò letti solo alcuni,
quelli che continuo a leggere nella memoria,
a leggere e a trasformare.
Dal Sud, dall’Est, dall’Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti, il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Jorge Luis Borges – El remordimiento

Jorge Luis Borges
El remordimiento
La moneda de hierro, 1976
Leído por Luigi Maria Corsanico

Achas. Lucas Ruíz de Ribayaz
Sara Águeda
Arpa de dos órdenes

He cometido el peor de los pecados
que un hombre puede cometer.
No he sido feliz.
Que los glaciares del olvido
me arrastren y me pierdan, despiadados.

Mis padres me engendraron para el juego
arriesgado y hermoso de la vida,
para la tierra, el agua, el aire, el fuego.

Los defraudé. No fui feliz.
Cumplida no fue su joven voluntad.
Mi mente se aplicó a las simétricas porfías
del arte, que entreteje naderías.

Me legaron valor. No fui valiente.
No me abandona. Siempre está a mi lado
la sombra de haber sido un desdichado.

PABLO NERUDA – TU RISA

Los versos del Capitán – Tu risa
Pablo Neruda
Voz y piano: Luigi Maria Corsanico

Mi cover de : “NOSTALGIA – PIANO STORIES Ⅲ – La Pioggia” de Joe Hisaishi.

Quítame el pan si quieres,
quítame el aire, pero
no me quites tu risa.

No me quites la rosa,
la lanza que desgranas,
el agua que de pronto
estalla en tu alegría,
la repentina ola
de planta que te nace.

Mi lucha es dura y vuelvo
con los ojos cansados
a veces de haber visto
la tierra que no cambia,
pero al entrar tu risa
sube al cielo buscándome
y abre para mí
todas las puertas de la vida.

Amor mío, en la hora
más oscura desgrana
tu risa, y si de pronto
ves que mi sangre mancha
las piedras de la calle,
ríe, porque tu risa
será para mis manos
como una espada fresca.

Junto al mar en otoño,
tu risa debe alzar
su cascada de espuma,
y en primavera, amor,
quiero tu risa como
la flor que yo esperaba,
la flor azul, la rosa
de mi patria sonora.

Ríete de la noche,
del día, de la luna,
ríete de las calles
torcidas de la isla,
ríete de este torpe
muchacho que te quiere,
pero cuando yo abro
los ojos y los cierro,
cuando mis pasos van,
cuando vuelven mis pasos,
niégame el pan, el aire,
la luz, la primavera,
pero tu risa nunca
porque me moriría.