FERNANDO PESSOA – Dormire!

FERNANDO PESSOA
1924
156. DORMIRE!

IL MONDO CHE NON VEDO
POESIE ORTONIME
A cura di Piero Ceccucci
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
Postfazione di José Saramago
Testo portoghese a fronte

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Gilbert Garcin   http://www.gilbert-garcin.com/

Erik Satie: Gnossienne 4 – Piano: Alexandre Tharaud

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1924
156. DORMIRE!

Dormire! Non aver desideri né speranze
fluttua bianca l’unica nuvola lenta
e nell’azzurra quiescenza sonnolenta
la dea del non-essere tesse bianca le trecce.

Un maligno soffio di ardua quiete
percorre la fronte e gli occhi ardenti,
e una foresta-sogno di rumori
oscura i vecchi morti di virtù.

Ah, non essere nulla coscientemente!
Piacere o dolore? Torpore lo reca e prolunga,
e l’ombra connivente si allunga
sulla vita interiore, che alla vita mente.

Non mi conosco. Mi inoltro, futuro,
sui sentieri ombrosi di quel che sogno
e nell’ozio in cui diverso mi suppongo,
mi vedo errante, lento e oscuro.

La mia vita si chiude come ventaglio.
Il mio pensiero secca come un vago
ruscello in estate. Ritorno, e reco
in mano fiori che la vita presto appassisce.

Inconseguenza di volontà assorta
nel non voler nulla… Prolisso distacco
dallo scrupolo e dalla vita del momento…

21 agosto

156. DORMIR!
Dormir! Não ter desejos nem speranças
Fluctua branca a unica nuvem lenta
E na azul quiescencia somnolenta
A deusa do não-ser tece alva as tranças.
Maligno sopro de ardua quietude
Percorre a fronte e os olhos aquecidos,
E uma floresta-sonho de ruidos
Ensombra os velhos mortos de virtude.
Ah, não ser nada conscientemente!
Prazer ou dor? Torpor o traz e alonga,
E a sombra conivente se prolonga
Na vida interior, que á vida mente.
Desconheço-me. Embrenho-me, futuro,
Nas veredas sombrias do que sonho.
E no ocio em que diverso me suponho,
Vejo-me errante, demorado e obscuro.
Minha vida fecha-se como um leque.
Meu pensamento secca como um vago
Ribeiro no verão. Regresso, e trago
Nas mãos flores que a vida promptas segue.
Inconsequencia da vontade absorta
Em nada querer… Prolixo affastamento
Do escrupulo e da vida do momento…

Bertolt Brecht – Lode del dubbio

Bertolt Brecht
Lode del dubbio

da: Bertolt Brecht,
Poesie e canzoni
a cura di Ruth Leiser e Franco Fortini
Giulio Einaudi editore, 1975

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Relativity, by M. C. Escher. Lithograph, 1953

Darius Milhaud String Quartet no 1 op.5
Galatea Quartet

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Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate
serenamente e con rispetto chi
come moneta infida pesa la vostra parola!
Vorrei che foste accorti, che non deste
con troppa fiducia la vostra parola.
Leggete la storia e guardate
in fuga furiosa invincibili eserciti.
In ogni luogo
fortezze indistruttibili rovinano e
anche se innumerabile era l’Armada salpando,
le navi che tornarono
le si poté contare.
Fu così un giorno un uomo sull’inaccessibile vetta
e giunse una nave alla fine
dell’infinito mare.
Oh bello lo scuoter del capo
su verità incontestabili!
Oh il coraggioso medico che cura
l’ammalato senza speranza!
Ma d’ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!
Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!
Quante vittime costò!
Com’era difficile accorgersi
Che fosse così e non diverso!
Con un respiro di sollievo un giorno un uomo nel libro del sapere lo scrisse.
Forse a lungo là dentro starà e più generazioni
ne vivranno e in quello vedranno un’eterna sapienza
e sprezzeranno i sapienti chi non lo conosce.
Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze,
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta.
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere
gravemente cancella quella tesi.
Intronato dagli ordini, passato alla visita
d’idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d’oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie un libro redatto da Iddio in persona,
erudito
da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.

Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l’uomo che costruisce la casa dove non lui dovrà abitare.
Ma sgobba madido di sudore anche l’uomo che la propria casa si costruisce.
Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai.
Splendida è la loro digestione, infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. Se occorre,
tanto peggio per i fatti. La pazienza che han con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con l’orecchio della spia.
Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
per schivare la decisione. Le teste
le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall’acqua i passeggeri di navi che affondano.
Sotto l’ascia dell’assassino
si chiedono se anch’egli non sia un uomo.
Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata, vanno a letto.
La loro attività consiste nell’oscillare.
Il loro motto preferito è: l’istruttoria continua.
Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!
Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliarsi ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta,
ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.
Tu, tu che sei una guida, non dimenticare
che tale sei, perché hai dubitato
delle guide! E dunque a chi è guidato
permetti il dubbio!

 

Mercello Comitini – La strana favola

La strana favola
Novembre 2017 / MARCELLO COMITINI ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Beth Moon
Novato, California, USA b. 1955. San Francisco Bay Area artist
http://photogrvphy.com/beth-moon-diamond-nights/

Beau Soir di Claude Debussy
Trascrizione per violoncello e piano di Nicholas Canellakis
Nicholas Canellakis, cello
Michael Brown, piano

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A Luigi Maria Corsanico che ci narra
con la sua voce emozionante le tante meraviglie
che brillano nella favola umana.   Marcello Comitini

La strana favola
Novembre 2017 / MARCELLO COMITINI ©

Stiamo qui a guardare le stelle come bambini che ascoltano
a bocca aperta favole strane.
Con gli occhi sgranati e le pupille che brillano
altre stelle di un cielo infinitamente più oscuro
c’inseguono ostinate nel sonno.

Anche loro ci guardano come piccole lacrime scese
dalle guance rugose di un dio.
Lacrime sperse nello scorrere perenne dei fiumi,
nei solchi della terra, nera come la notte
in cui i nostri cuori hanno messo radici.
Germogliamo sotto i loro sguardi impassibili
come semi di alberi che crescono,
spalancano le braccia, vanno incontro al sole,
fremono, si contorcono in cerca della luce.
La linfa della terra ci offre il sapore
di una nuova meraviglia: la voglia di conoscere
la nostra vera anima,
la natura e il senso del tendere le braccia
verso l’albero che cresce in silenzio accanto a noi
– ci offre la sua ombra come tenero rifugio
all’infuocata furia delle nostre domande,
al battere continuo dei timori
come tamburi che ci scuotono il cervello.

Ascoltano le stelle il grido della nostra resistenza
al dolore, al destino, alla morte,
sorridono compiaciute del nostro non aver capito nulla,
della nostra testardaggine di sperare invano
d’essere felici eternamente.
Nessun suono del loro sorridere ci giunge
e rimaniamo immobili in attesa d’essere sorpresi
a bocca aperta dalla fine
della favola strana.

testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633

Julio Cortázar – Il futuro

Julio Cortázar – Il futuro
tratto da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995, Roma.
Traduzione di Gianni Toti
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Django Reinhardt & Stephane Grappelli, Nuages

Capucine,Café de la paix/1952
Foto de Georges Dambier

originale da: “Salvo el crepúsculo”,
Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984      ⇒ https://youtu.be/Tixyxh-RgxQ

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E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.

Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,

nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

 

Jean Flaminien – Preservare la luce

A LUCETTA

Jean Flaminien
da “Preservare la luce”
Sonetti, XLVIII – XLIX – XXXVIII
Traduzione di Marica Larocchi
Book Editore (2014)

Lettura di Luigi Maria Corsanico

J.S.Bach
Piano Concerto BWV 1056 Largo

Immagine di L.M.Corsanico

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XLVIII
All’ insieme di tutti gli esseri viventi,
ogni mattino mostrati nuovo,
gli occhi lassù rivolti;
e divieni per sempre
l’eterno innocente.

XLIX
Viene, accade
l’immemore frescura,
sola rugiada quotidiana,
alba di vita per chi
ascende in se’ stesso ;
e infinita promessa
della radura
nel cuore.
Viene, accade
il paese dell’ intima
e mutua adozione
con il suo raro accesso
alla radura
nel cuore.
Eterna e precaria,
passeggera:
ininterrotta è questa vita.
Meraviglia !

XXXVIII
Anche qui,
torniamo da lontano.
Uscire da un bosco,
afferrare la mano
che offre tutto,
persino il mondo
impenetrabile:
non è terra
ciò che si apre
sotto i nostri passi,
ma è sempre il cielo
sepolto

 

 

Charles Baudelaire – Canto d’autunno

Charles Baudelaire
I fiori del male
1857 – 1861
Traduzione di Marcello Comitini

© 2016 – Tutti i diritti riservati Comitini Marcello
Edizioni Caffè Tergeste

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Richard Wagner – “Tristan und Isolde” (excerpt)

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EDIZIONE 1861
SPLEEN E IDEALE

LVI
CANTO D’AUTUNNO

I

Piomberemo a breve nelle fredde tenebre.
Addio vivida luce delle nostre estati troppo brevi!
Sento già cadere con funerei colpi
la legna che rimbomba sul lastrico dei cortili.

L’inverno intero sta per entrarmi nel cuore:
collera, odio, fremiti, orrore, lavoro duro e forzato,
e come il sole nel suo inferno polare,
il mio cuore sarà soltanto un sasso rosso e gelido.

Ascolto con tremore ogni ceppo che cade:
non ha eco più sorda innalzare un patibolo.
Il mio spirito è simile a una torre che crolla
sotto i colpi dell’ariete infaticabile e pesante.

Mi sembra, cullato dai colpi monotoni,
che in qualche luogo si chiuda in gran fretta una bara.
Per chi? Ieri era estate ed ecco l’autunno!
Questo rumore misterioso suona come un addio.

II

Amo dei tuoi lunghi occhi i verdi bagliori
dolce bellezza, ma tutto oggi mi è amaro,
e nulla, il tuo amore, l’alcova o il focolare
vale come il sole sfavillante sul mare.

E tuttavia amami, fammi da madre, tenero cuore,
anche per un ingrato, anche per un malvagio.
Amante o sorella, sii la dolcezza effimera
d’un glorioso autunno o di un sole al tramonto.

Compito breve! L’avida tomba attende!
Ah! Lasciami, la fronte sulle tue ginocchia,
gustare nel rimpianto dell’estate bianca e torrida,
il raggio giallo e dolce dell’autunno pieno.

© 2016