Cesare Pavese – Mattino

Cesare Pavese
Mattino  [9-18 agosto 1940]
da “Le poesie aggiunte”, in “Lavorare stanca”,
Einaudi, Torino, 1998

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Nino Rota, Nadia

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La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.

Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
L’ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.

Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l’impregna
e un sapore di frutto marino vivo.

Non esiste ricordo su questo viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.

Cesare Pavese – Di salmastro e di terra

Da oggi riprendo le registrazioni delle mie letture ad alta voce, grazie di cuore a quanti mi hanno sostenuto in questi mesi di forzato silenzio.

Cesare Pavese
Di salmastro e di terra [15 novembre 1945]
da “La terra e la morte” (1945-1946),
in “Cesare Pavese, Poesie del disamore”, Einaudi, Torino, 1951

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Foto di Ann Skuld, rielaborata
Erik Satie – Caresse – John White

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Di salmastro e di terra
è il tuo sguardo. Un giorno
hai stillato di mare.
Ci sono state piante
al tuo fianco, calde,
sanno ancora di te.
L’agave e l’oleandro.
Tutto chiudi negli occhi.
Di salmastro e di terra
hai le vene, il fiato.
Bava di vento caldo,
ombre di solleone −
tutto chiudi in te.
Sei la voce roca
della campagna, il grido
della quaglia nascosta,
il tepore del sasso.
La campagna è fatica,
la campagna è dolore
Con la notte il gesto
del contadino tace.
Sei la grande fatica
e la notte che sazia.
Come la roccia e l’erba,
come terra, sei chiusa;
ti sbatti come il mare.
La parola non c’è
che ti può possedere
o fermare. Cogli
come la terra gli urti,
e ne fai vita, fiato
che carezza, silenzio.
Sei riarsa come il mare,
come un frutto di scoglio,
e non dici parole
e nessuno ti parla.

 

Cesare Pavese – Ogni notte, tornando dalla vita

 

Cesare Pavese – Ogni notte, tornando dalla vita
[14 maggio 1928]
da “Prima di «Lavorare stanca » (1923-1930)”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Scriabin – Prelude Op. 11 No. 4 in E minor

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Ogni notte, tornando dalla vita,
dinanzi a questo tavolo
prendo una sigaretta
e fumo solitario la mia anima.
La sento spasimare tra le dita
e consumarsi ardendo.
Mi sale innanzi agli occhi con fatica
in un fumo spettrale
e mi ravvolge tutto,
a poco a poco, d’una febbre stanca.
I rumori e i colori della vita
non la toccano piú:
sola in sé stessa è tutta macerata
di triste sazietà
per colori e rumori.
Nella stanza è una luce violenta
ma piena di penombre.
Fuori, il silenzio eterno della notte.
Eppure nella fredda solitudine
la mia anima stanca
ha tanta forza ancora
che si raccoglie in sé
e brucia d’un’acredine convulsa.
Mi si contrae fra mano,
poi, distrutta, si fonde e si dissolve
in una nebbia pallida
che non è piú se stessa
ma si contorce tanto.
Cosí ogni notte, e non mi vale scampo,
in un silenzio altissimo,
io brucio solitario la mia anima.

 

 

CESARE PAVESE – GENTE CHE NON CAPISCE

Ad alta voce / En voz alta

Gente che non capisce
“Lavorare stanca” è una raccolta di poesie dello scrittore Cesare Pavese pubblicata nel 1936.
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Nino Rota, musica da “Le Notti di Cabiria”
L’immagine del libro è di proprietà di:
Hassan Bogdan Pautàs
Cesare Pavese, Lavorare stanca, seconda edizione Einaudi del 1943. / @PaveseCesare

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Cesare Pavese – Vorrei poter soffocare

Il giovane Pavese

Cesare Pavese
Vorrei poter soffocare (12 dicembre 1927)
da “Prima di «Lavorare stanca» 1923 – 1930”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dipinti di Eugène Carrière

Alexander Scriabin (1871 – 1915)
Étude Op. 2 No. 1 in C-sharp minor
Piano: Vadim Chaimovich

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Vorrei poter soffocare
nella stretta delle tue braccia
nell’amore ardente del tuo corpo
sul tuo volto, sulle tue membra struggenti
nel deliquio dei tuoi occhi profondi
perduti nel mio amore,
quest’acredine arida
che mi tormenta.
Ardere confuso in te disperatamente
quest’insaziabilità della mia anima
già stanca di tutte le cose
prima ancor di conoscerle
ed ora tanto esasperata
dal mutismo del mondo
implacabile a tutti i miei sogni
e dalla sua atrocità tranquilla
che mi grava terribile
e noncurante
e nemmeno più mi concede
la pacatezza del tedio
ma mi strazia tormentosamente
e mi pungola atroce,
senza lasciarmi urlare,
sconvolgendomi il sangue
soffocandomi atroce
in un silenzio che è uno spasimo
in un silenzio fremente.
Nell’ebbrezza disperata
dell’amore di tutto il tuo corpo
e della tua anima perduta
vorrei sconvolgere e bruciarmi l’anima
sperdere quest’orrore
che mi strappa gli urli
e me li soffoca in gola
bruciarlo annichilirlo in un attimo
e stringermi a te
senza ritegno più
ciecamente, febbrile,
schiantandoti, d’amore.
Poi morire, morire,
con te.

Il giorno tetro
in cui dovrò solitario
morire (e verrà, senza scampo)
quel giorno piangerò
pensando che potevo
morire così nell’ebbrezza
di una passione ardente.
Ma per pietà d’amore
non l’ho voluto mai.
Per pietà del tuo povero amore
ho scelto, anima mia,
la via del più lungo dolore.

Cesare Pavese – Ritorno di Deola

Cesare Pavese – Ritorno di Deola
da “Poesie del disamore”, Einaudi Editore, 1951
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Bill Evans – Quiet Light
Fotografie: Édouard Boubat, Rui Palha

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Torneremo per strada a fissare i passanti
e saremo passanti anche noi. Studieremo
come alzarci al mattino deponendo il disgusto
della notte e uscir fuori col passo di un tempo.
Piegheremo la testa al lavoro di un tempo.
Torneremo laggiù, contro il vetro, a fumare
intontiti. Ma gli occhi saranno gli stessi
e anche i gesti e anche il viso. Quel vano segreto
che c’indugia nel corpo e ci sperde lo sguardo
morirà lentamente nel ritmo del sangue
dove tutto scompare.
Usciremo un mattino,
non avremo più casa, usciremo per via;
il disgusto notturno ci avrà abbandonati;
tremeremo a star soli. Ma vorremo star soli.
Fisseremo i passanti col morto sorriso
di chi è stato battuto, ma non odia e non grida
perché sa che da tempo remoto la sorte
– tutto quanto è già stato o sarà – è dentro il sangue,
nel sussurro del sangue. Piegheremo la fronte
soli, in mezzo alla strada, in ascolto di un’eco
dentro il sangue. E quest’eco non vibrerà più.
Leveremo lo sguardo, fissando la strada.

Cesare Pavese – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Cesare Pavese
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Edizione di riferimento:
Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Giulio Einaudi editore, Torino 1951
Voce recitante e pianoforte: Luigi Maria Corsanico

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.