È morto Derek Walcott, Nobel Letteratura

 

Derek Walcott

 

da :http://www.ilpost.it/2017/03/17/derek-walcott-morto/

Derek Walcott, poeta e drammaturgo santaluciano e premio Nobel per la Letteratura nel 1992, è morto oggi a Cap Estate, sull’isola di Santa Lucia, a 87 anni. Il suo lavoro più famoso è Omeros, un poema epico di 300 pagine pubblicato nel 1990, che traspone la storia e i personaggi dell’Odissea di Omero a Santa Lucia, tra pescatori e un autista di taxi, ripercorrendo allo stesso tempo la storia del colonialismo e la tratta degli schiavi nei Caraibi. William Grimes lo racconta sul New York Times dicendo che la sua «poesia di metafore intricate ha catturato la bellezza fisica dei Caraibi, l’eredità del colonialismo e le complessità di vivere e scrivere in due mondi culturali».

L’opera di Walcott ruota soprattutto attorno alla definizione dell’identità caraibica e del suo denso e difficile multiculturalismo: lui stesso veniva da una famiglia di origini africane ed europee, come racconta nella poesia The Schooner Flight.

«I’m just a red nigger who love the sea,
I had a sound colonial education,
I have Dutch, nigger, and English in me,
and either I’m nobody, or I’m a nation»

«Sono solo un nero caraibico che ama il mare
ho avuto una solida istruzione coloniale
in me c’è dell’olandese, del nero, e dell’inglese
e o sono nessuno o sono una nazione»

La difficoltà di far parte di mondi diversi e contrastanti viene fuori continuamente, nell’opera e nella vita di Walcott, come quando fu duramente criticato dal movimento dei diritti civili afroamericani delle Pantere nere per aver scritto soprattutto in inglese anziché in creolo, la lingua di Santa Lucia: «Non ho nessuna nazione se non l’immaginazione. Dopo l’uomo bianco, anche i negri non mi vogliono», commentò lui.

Il tema dell’identità e la volontà di costruirsi un canone letterario personale si ritrova anche nelle sue raccolte di poesie: pubblicò la prima a 19 anni ma la più famosa, dopo aver lavorato come critico, giornalista e insegnante, è In a Green Night: Poems 1948–1960, del 1962, che lo fece conoscere in tutto il mondo. Walcott scrisse anche un’autobiografia in versi – Another Life – e un’ottantina di opere teatrali: la più celebre è Dream on Monkey Mountain (1970), prodotta da NBC negli Stati Uniti e poi messa in scena a Broadway a New York.

Il lavoro di Walcott unisce la musicalità del testo a una densa ricerca letteraria e storica. Lui stesso raccontò in un’intervista del 1985 alla Paris Review il rapporto tra il carattere del suo paese e del suo lavoro: «Vengo da un posto a cui piace la grandeur e i gesti ampi, che non è inibito dalla fioritura: è una società retorica, è una società di prestanza fisica, è una società con stile». Nell’assegnargli il Nobel – era stato il secondo scrittore caraibico ad averlo ricevuto, dopo Saint-John Perse del Guadalupe – la giuria lo motivò dicendo che la sua è «un’opera poetica di grande luminosità, sostenuta da una visione storica, il risultato di un impegno multiculturale».

In Italia la casa editrice Adelphi ha pubblicato alcuni suoi lavori, tra cui Mappa del nuovo mondo, Isole. Poesie scelte (1948-2004), e La voce del crepuscolo

Derek Walcott – Il pugno

Il pugno – Derek Walcott
(Traduzione di Gilberto Forti)
da “Mappa del nuovo mondo”, Adelphi, Milano, 1992
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Hindemith – Solo Viola Sonata op.25/1

Immagine : Rudolf Bonvie-dialog-1973

**************************************************************

Il pugno stretto intorno al mio cuore
si allenta un poco, e io respiro ansioso
luce; ma già preme
di nuovo. Quando mai non ho amato
la pena d’amore? Ma questa si è spinta

oltre l’amore fino alla mania. Questa
ha la forte stretta del demente, questa
si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
di sprofondare urlando nell’abisso.

Tieni duro allora, cuore. Così almeno vivi.

∗∗∗

The Fist

The fist clenched round my heart
loosens a little, and I gasp
brightness; but it tightens
again. When have I ever not loved
the pain of love? But this has moved

past love to mania. This has the strong
clench of the madman, this is
gripping the ledge of unreason, before
plunging howling into the abyss.

Hold hard then, heart. This way at least you live.

Derek Walcott

da “Sea Grapes”, London: Jonathan Cape Ltd; New York: Farrar, Straus & Giroux, 1976

Derek Walcott – Amore dopo amore

Derek Walcott
Amore dopo amore
Traduzione di Barbara Bianchi
da “Derek Walcott, Mappa del Nuovo Mondo” -1992
Edizione Italiana di “Collected Poems 1948-1984”
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Opere di René Magritte
Thelonious Monk – This is my Life, this is my Song
from the album “Straight, No Chaser”

♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

Derek Walcott – Migranti

Derek Walcott
Migranti
St. Lucia, Caraibi, 16 giugno 2000
(Traduzione di Luigi Sampietro)
dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Ottobre 2016,
N. 319, Crocetti Editore

Opera pittorica di Edgar Caracristi ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Astor Piazzolla – Soledad

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno
nel fango, mentre il fumo di un cipresso segnala Sachenhausen,
e quelli che non stanno sopra un treno, che non hanno muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato
i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre, e per le quali
c’è un solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero dei pomi e le forze
schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre
che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole
che quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sopra i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.