Giuseppe Ungaretti – Se tu mio fratello

a mio fratello Walter

Giuseppe Ungaretti – Se tu mio fratello
Il Dolore
in Vita d’un uomo. Tutte le poesie
Mondadori, 2005

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Alexander Scriabin – Prelude op.11 No.22
Eduardo Fernandez, piano

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Se tu mi rivenissi incontro vivo,
Con la mano tesa,
Ancora potrei,
Di nuovo in uno slancio d’oblio, stringere,
Fratello, una mano.

Ma di te, di te piú non mi circondano
Che sogni, barlumi,
I fuochi senza fuoco del passato.

La memoria non svolge che le immagini
E a me stesso io stesso
Non sono già piú
Che l’annientante nulla del pensiero.

Giuseppe Ungaretti – Natale

Chiudo questo tristissimo 2016 con altri dolori recenti e chiedo scusa se mi commiato con questa poesia di Ungaretti, che certamente non è in linea con la gioia (?) delle festività, ma altro sentimento non provo, se non lo stesso del Poeta.  A tutti voi, iscritti al mio blog, grazie e un caro saluto!

 

Giuseppe Ungaretti

 NATALE,  Napoli, il 26 dicembre 1916

Comparsa per la prima volta nel 1918 nell’Antologia della Diana e poi nel 1919 nella Allegria di naufragi (come nel caso di Mattina, altro celebre testo ungarettiano) Natale fu accolto poi nella sezione Naufragi de L’Allegria (1931, 1936 e, in edizione definitiva, 1942).

Questo componimento rappresenta un’ulteriore e significativa tappa di quel “diario poetico” che è L’Allegria. In questi versi viene tradotta l’esperienza del Natale del 1916, trascorso da Ungaretti in licenza a Napoli. L’immagine della città – che interrompe i paesaggi bellici di poesie come Veglia o Fratelli – produce però una reazione di rifiuto da parte del poeta, che invoca invece solitudine e abbandono.

La lirica è anche un buon esempio di come Ungaretti rivoluzioni la metrica tradizionale, scomponendo il verso in una serie di segmenti brevi e brevissimi, che compongono un discorso unico ma che costituiscono anche singole e separate sezioni (come conferma l’eliminazione della punteggiatura) dalla grande forza evocativa.

 

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Lettura di Luigi Maria Corsanico

Claude Debussy (Deux Romances, no.2)

Napoli, il 26 dicembre 1916

Non ho voglia

di tuffarmi

in un gomitolo

di strade

 

Ho tanta

stanchezza

sulle spalle

 

Lasciatemi così

come una

cosa

posata

in un

angolo

e dimenticata

 

Qui

non si sente

altro

che il caldo buono

 

Sto

con le quattro

capriole

di fumo

del focolare

Giuseppe Ungaretti – La pietà

Giuseppe Ungaretti
Sentimento del tempo – Inni
La prima edizione risale al 1933, pubblicata a Firenze da Vallecchi
La Pietà (1928)
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Bach-Busoni / Choral Prelude “Nun komm, der Heiden Heiland” – BWV 659 

1.

Sono un uomo ferito.

E me ne vorrei andare
E finalmente giungere,
Pietà, dove si ascolta
L’uomo che è dolo con sé.

Non ho che superbia e bontà.

E mi sento esiliato in mezzo agli uomini.

Ma per essi sto in pena.
Non sarei degno di tornare in me?

Ho popolato di nomi il silenzio.

Ho fatto a pezzi cuore e mente
Per cadere in servitù di parole?

Regno sopra fantasmi.

O figlie secche,
Anima portata qua e là…

No, odio il vento e la sua voce
Di bestia immemorabile.

Dio, coloro che t’implorano
Non ti conoscono più che di nome?

M’hai discacciato dalla vita.

Mi discaccerai dalla morte?

Forse l’uomo è anche indegno di sperare.

Anche la fonte del rimorso è secca?

Il peccato che importa,
Se alla purezza non conduce più.

La carne si ricorda appena
che una volta fu forte.

E’ folle e usata, l’anima.

Dio, guarda la nostra debolezza.

Vorremmo una certezza.

Di noi nemmeno più ridi?

E compiangici dunque, crudeltà.

Non ne posso più di stare murato
Nel desiderio senza amore.

Una traccia mostraci di giustizia.

La tua legge qual è?

Fulmina le mie povere emozioni,
Liberami dall’inquietudine.

Sono stanco di urlare senza voce.

2.

Malinconiosa carne
Dove una volta pullulò la gioia,
Occhi socchiusi del risveglio stanco,
Tu vedi, anima troppo matura,
Quel che sarò, caduto nella terra?

E’ nei vivi la strada dei defunti,

Siamo noi la fiumana d’ombre,

Sono esse il grano che ci scoppia in sogno,

Loro è la lontananza che ci resta,

E loro è l’ombra che dà peso ai nomi.

La speranza d’un mucchio d’ombra
E null’altro è la nostra sorte?

E tu non saresti che un sogno, Dio?

Almeno un sogno, temerari,
Vogliamo ti somigli.

E’ parto della demenza più chiara.

Non trema in nuvole di rami
Come passeri di mattina
Al filo delle palpebre.

In noi sta e langue, piaga misteriosa.

3.

La luce che ci punge
E’ un filo sempre più sottile.

Più non abbagli tu, se non uccidi?
Dammi questa gioia suprema.

4.

L’uomo, monotono universo,
Crede allargarsi i beni
E dalle sue mani febbrili
Non escono senza fine che limiti.

Attaccato sul vuoto
Al suo filo di ragno,
Non teme e non seduce
Se non il proprio grido.

Ripara il logorio alzando tombe,
E per pensarti, Eterno,
Non ha che le bestemmie.

Giuseppe Ungaretti – I ricordi

Giuseppe Ungaretti
I ricordi
da “Il Dolore (1937-1946), in “Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo”, “I Meridiani” Mondadori, 1969
Lettura e immagini di Luigi Maria Corsanico
Domenico Zipoli: Suite in sol minore- Sarabanda
al pianoforte L.M. Corsanico
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I ricordi, un inutile infinito,
Ma soli e uniti contro il mare, intatto
In mezzo a rantoli infiniti..

Il mare,
Voce d’una grandezza libera,
Ma innocenza nemica nei ricordi,
Rapido a cancellare le orme dolci
D’un pensiero fedele…

Il mare, le sue blandizie accidiose
Quanto feroci e quanto, quanto attese,
E alla loro agonia,
Presente sempre, rinnovata sempre,
Nel vigile pensiero l’agonia…

I ricordi,
Il riversarsi vano
Di sabbia che si muove
Senza pesare sulla sabbia,
Echi brevi protratti,
Senza voce echi degli addii
A minuti che parvero felici…

LA MADRE – Giuseppe Ungaretti

Dedicata a mia madre Angela (7 marzo 1926-23 agosto 2008)
Giuseppe Ungaretti
La madre
“La madre” fa parte della raccolta Sentimento del tempo del 1933.
Lettura di Luigi Maria Corsanico Nastasi

“Prélude” di François Couperin (1668 — 1733)
Advent Chamber Orchestra
Stephen Balderson al violoncello

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E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Giuseppe Ungaretti – I Fiumi

Giuseppe Ungaretti – I Fiumi
“L’allegria” è una raccolta di poesie pubblicata da Giuseppe Ungaretti nel 1931.
Il suo titolo originario era Allegria di naufragi.

Lettura di Luigi Maria Corsanico
Georg Friedrich Händel 
Xerxes, Largo (Ombra mai fu)

Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna
Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato
L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua
Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino

Mi sono chinato a ricevere
Il sole
Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo
Il mio supplizio
È quando
Non mi credo
In armonia
Ma quelle occulte
Mani
Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità
Ho ripassato
Le epoche
Della mia vita
Questi sono
I miei fiumi

Questo è il Serchio
Al quale hanno attinto
Duemil’anni forse
Di gente mia campagnola
E mio padre e mia madre.
Questo è il Nilo
Che mi ha visto
Nascere e crescere
E ardere d’inconsapevolezza
Nelle distese pianure
Questa è la Senna
E in quel suo torbido
Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto
Questi sono i miei fiumi
Contati nell’Isonzo
Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre

Giuseppe Ungaretti – Girovago

Giuseppe Ungaretti
Girovago
Campo di Mailly, maggio 1918
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Opera pittorica di
Edgar Caracristi ©

Brahms: Chorale-Prelude, Op. 122, No. 8
(“Es ist ein Ros’ entsprungen”)
(transcribed for orchestra by Erich Leinsdorf)
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In nessuna
parte
di terra
mi posso
accasare
A ogni
nuovo
clima
che incontro
mi trovo
languente
che
una volta
già gli ero stato
assuefatto
E me ne stacco sempre
straniero
Nascendo
tornato da epoche troppo
vissute
Godere un solo
minuto di vita
iniziale
Cerco un paese
innocente