John Keats – Ode sopra un’urna greca

KEATS

John Keats by William Hilton

 

John Keats – Ode sopra un’urna greca
Ode on a Grecian urn (1819)
Traduzione di Augusto Frassinetti per Giulio Einaudi Editore, 1983
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Carolus Hacquart
Chelys
Suites per viola da gamba e basso continuo op. 3 / Suite 8, Fantasia
Guido Balestracci

Museo Civico Archeologico
Bologna
I vasi della Collezione Greca

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Tu della quiete ancora inviolata sposa,
alunna del silenzio e del tempo tardivo,
narratrice silvestre che un racconto
fiorito puoi così più che la nostra
rima dolcemente dire,
quale leggenda adorna d’aeree fronde si posa
intorno alla tua forma?
Di deità, di mortali o pur d’entrambi,
in Tempe o nelle valli
d’Arcadia? Quali uomini
son questi o quali dei,
quali ritrose vergini,
qual folle inseguimento, qual paura,
quali zampogne e timpani,
quale selvaggia estasi?

Dolci le udite melodie: più dolci le non udite.
Dunque voi seguite, tenere cornamuse, il vostro canto, non al facile senso,ma, più cari, silenziosi concenti date all’intimo cuore.
Giovine bello, alla fresca ombra mai può il tuo canto languire, né a quei rami venir meno la fronda.
Audace amante e vittorioso, mai mai tu potrai baciare, pur prossimo alla meta, e tuttavia non darti affanno: ella non può sfiorire e, pur mai pago, quella per sempre tu amerai, bella per sempre.

O fortunate piante cui non tocca perder le belle foglie, né, meste, dire addio alla primavera;
te felice, cantore non mai stanco di sempre ritrovare canti per sempre nuovi;
ma, più felice Amore!
fervido e sempre da godere, e giovane e anelante sempre, tu che di tanto eccedi ogni vivente passione umana, che in cuore un solitario dolore lascia, e sdegno: amara febbre.

Chi son questi venienti al sacrificio?
E, misterioso sacerdote, a quale verde altare conduci questa, che mugghia ai cieli, mite giovenca di ghirlande adorna i bei fianchi di seta?
Qual piccola città, presso del fiume o in riva al mare costruita, o sopra il monte, fra le sue placide mura, si è svuotata di questa folla festante, in questo pio mattino?
Tu, piccola città, quelle tue strade sempre saranno silenziose e mai non un’anima tornerà che dica perché sei desolata.

O pura attica forma! Leggiadro atteggiamento, cui d’uomini e fanciulle e rami ed erbe calpestate intorno fregio di marmo chiude,
invano invano il pensier nostro ardendo fino a te si consuma,
pari all’eternità, fredda, silente, imperturbabile effige.
Quando, dal tempo devastata e vinta, questa or viva progenie anche cadrà, fra diverso dolore, amica all’uomo,
rimarrai tu sola,
“Bellezza è Verità” dicendo ancora:
“Verità è Bellezza”. Questo a voi, sopra la terra, di sapere è dato:
questo, non altro, a voi, sopra la terra,
é bastante sapere.