Josif Brodskij – Farfalla

Josif Brodskij
Farfalla
(Traduzione di Giovanni Buttafava)
da “Poesie 1972-1985”, Adelphi Edizioni, 1986
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Heitor Villa-Lobos
Bachianas Brasileiras No.5
Aria (Cantilena)

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I
Dirò: sei morta?
con una vita di ventiquattr’ore!
Troppa amarezza
in questo scherzo del creatore.
Riesco con sforzo
a pronunciare “vita”
nell’unità di data
di nascita e di consunzione
fra le mie dita:
mi confonde obbligare
una di queste grandezze
nello spazio di un giorno.

II
Perché i giorni per noi
sono nulla. Un vuoto
zero, nulla. Non puoi
appuntarteli al muro e agli occhi
renderli commestibili:
sul bianco sfondo
non possedendo corpo
sono invisibili.
Come te sono i giorni,
e quale peso poi
rimpicciolito dieci volte
può avere un giorno?

III
Dirò: tu non esisti?
Ma cosa mai allora
di simile in te sente
la mia mano? e quei colori
d’inesistenza non son frutto.
E chi ha suggerito
quelle tue tinte?
Io non avrei la forza,
io, grumo borbottante
di parole al colore estranee,
di immaginare questa
tua tavolozza.

IV
Sulle tue ali piccole
pupille e ciglia
– o belle donne e uccelli –
o ritratto volante,
dimmi, di quali volti
questi sono frammenti?
E la tua nature morte
di quali particelle,
di quali briciole è fatta:
di cose, frutti?
o magari di pesci
un disteso trofeo?

V
Forse tu sei paesaggio;
attraverso una lente
scopro un gruppo di ninfe
e una danza e una spiaggia.
E fa chiaro laggiù come qui?
oppure è cupo come
di notte? e quale astro
percorre, di’,
quella volta celeste?
Quali figure
in quel paesaggio? e, dimmi, è copia
di quale vero?

VI
Penso che tu
sia questo e quello:
di volto, oggetto, stella
tu rechi i tratti.
Quell’orafo chi fu
che cesellò di fino
senza aggrottare i sopraccigli
sulle ali quel mondo
che ci stringe, che impazzire ci fa,
quel mondo dove tu
sei l’idea della cosa
e noi la cosa stessa?

VII
Dimmi, perché quel vago
ricamo ti fu dato in dono
soltanto per un giorno
nel paese dei laghi,
le cui specchianti superfici
conservano lo spazio? A te invece
questa breve esistenza
riduce la speranza
di finir dentro una retina
di tremolare in mano, di sedurre
al momento della cattura
l’occhio del cacciatore.

VIII
Non mi risponderai,
e non per timidezza
o per ostilità
nei miei confronti
e non perché sei morta.
Viva, morta… ma
a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l’attimo,
ed il minuto, il giorno.

IX
E invece tu,
tu non hai questo pegno.
A rigore però
così è meglio:
meglio che con i cieli
essere in debito.
Non affliggerti, se
la tua vita, il tuo peso
son privi di parola:
è un fardello anche il suono.
Sei più incarnale
del tempo tu, più muta.

X
Tu non arrivi a vivere
fino a provare la paura.
Più lieve della polvere
vortichi su un’aiuola,
fuori dalla prigione
dove il passato e l’avvenire
ci chiudono e ci soffocano,
e per questa ragione
quando, in cerca di cibo, intorno
vai volando sul prato
anche l’aria d’un tratto
prende una forma.

XI
Così la penna va
sopra la carta liscia
di un quaderno, e non sa
come finisce
ogni sua riga,
dove si mescolano
saggezza ed idiozia
ma si fida dei moti della mano,
nelle cui dita batte la parola
del tutto muta,
senza togliere polline dai fiori,
ma facendo più lieve il cuore.

XII
Tanta bellezza
per così breve tempo,
spinge a una congettura
che fa storcer la bocca:
dire con più chiarezza
che il mondo per davvero
creato è senza scopo, o invece,
se scopo esiste mai,
non siamo noi.
Entomologo-amico, per la luce
non ci sono spilli
né per il buio.

XIII
Ti dirò “Addio”?
e addio al giorno che si compie?
a certi uomini la tigna dell’oblio
il senno corrompe;
ma bada, è tutta
colpa del fatto
che hanno dietro le spalle
non giorni a letto in due
non sonni fondi
o sogni folli,
non il passato, ma nubi
di tue sorelle!

XIV
Sei migliore del Nulla.
O meglio: sei più prossima,
sei più visibile.
Di dentro, ad esso
del tutto simile.
Nel volo tuo
il Nulla acquista carne;
nel quotidiano strepito
ecco perché
uno sguardo tu meriti:
sei la barriera lieve
fra il Nulla e me.

Josif Brodskij – Addio

Josif Brodskij
Addio (1957)
(Traduzione di Silvia Comoglio)
dall’annuario Tellus, n. 29, Editrice LaboS, 2008

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Tchaikovsky
Morning Prayer, opus 39 no 1 Pletnev

Addio,
dimentica
e perdona.
E brucia le lettere,
come un ponte.
E che sia il tuo viaggio
coraggioso,
che sia dritto
e semplice.
E che ci sia nell’oscurità
a brillare per te
un filo di stelle argentato,
che ci sia la speranza
di scaldare le mani
vicino al tuo fuoco.
Che ci siano tormente,
nevi, piogge
e lo scoppiettio furioso della fiamma,
e che tu abbia in futuro
più fortuna di me.
E che possa esserci una possente e splendida
battaglia
che risuona nel tuo petto.

Sono felice
per quelli che forse
sono
in viaggio con te.

 

Josif Alexandrovic Brodskij – Profezia

Josif Alexandrovic Brodskij
Profezia – М. Б. (Dedicata a Marianna Basmanova) 1965
da “Fermata nel deserto”  (Traduzione di Giovanni Buttafava)

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Fotografie di Florence Henri e Elliott Erwitt

Jan Sibelius
Four pieces Op.78 (1915-1919)
Romance
cello: Truls Mørk
piano: Jean-Yves Thibaudet

Vivremo io e te su quella riva,
dal continente un’altissima diga
ci isolerà dentro lo stretto cerchio
tracciato da una lampada domestica.
Combatteremo a carte, io e te,
la risacca infuriata ascolteremo,
tossicchieremo, respirando appena,
agli aliti del vento troppo forti.
Io sarò vecchio e tu, tu sarai giovane:
eppure, come insegnano i pionieri,
noi conteremo in giorni e non in anni
quel che ci resta per la nuova età.
E nella nostra Olanda rovesciata
noi pianteremo un orto, io e te,
oltre la soglia cuoceremo ortiche,
ci nutrirà il polipo del sole.
Strepiterà la pioggia sui cetrioli.
Come esquimesi noi ci abbronzeremo,
ma resterà una striscia intatta e bianca:
ci passerai teneramente il dito.
In uno specchio il segno alla clavicola
scoprirò e l’onda oltre le spalle, e, appeso
a una cinghietta stinta e sudaticcia,
avvolto nella lana, il vecchio geiger.
Verrà l’inverno e farà turbinare
sul nostro tetto la paglia, implacabile.
E se faremo un figlio, Andrej o Anna
lo chiameremo, perché, sul visino
grinzoso impresso, l’alfabeto russo
non sia scordato nel suo primo suono,
come il prolungamento di un sospiro,
che durerà, sempre più rafforzandosi.
Combatteremo a carte, fino a quando
via dalla riva ci trascinerà
il riflusso tortuoso. Con le briscole.
E nostro figlio silenziosamente
senza nulla capire guarderà
come la tarma sbatte nella lampada,
e sarà tempo allora che ritorni
indietro, oltre la diga…

 

Josif Brodskij – Odisseo a Telemaco

Dedicata a mio figlio Emanuele. LMC

Josif Brodskij
Odisseo a Telemaco
1972, da Fermata nel deserto, traduzione Giovanni Buttafava
Voce recitante e pianoforte: Luigi Maria Corsanico
Foto di L.M. Corsanico

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Telemaco mio,
la guerra di Troia è finita. Chi ha vinto non ricordo.
Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa sanno spargere
i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.
Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,
si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,
lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
la carne acquatica tura l’udito.
Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.

Cresci Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.
Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.
Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me
dai tormenti di Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

Josif Aleksandrovič Brodskij – Verso il mare della dimenticanza (Lettera a A.D.)

Josif Aleksandrovič Brodskij
Verso il mare della dimenticanza (Lettera a A.D.)
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Hymns, Prayers and Rituals,
vol. 3 nº 47:
Chant from a holy book.
George Gurdjieff / Thomas de Hartmann
Solaris Quartet

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Non è necessario che tu mi ascolti,
non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso
(eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.

Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…

Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.

Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Lìbrati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.