José Saramago, da: “Le intermittenze della morte”

da:
José Saramago
Le intermittenze della morte (pag.119)
Traduzione di Rita Desti
Universale Economica Feltrinelli

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Fryderyk Chopin, Studio op. 25 n. 9
Jan Lisiecki, piano

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[…] quello che impressionava la morte era il fatto che le era parso di sentire in quei cinquantotto secondi di musica una trasposizione ritmica e melodica di ogni e qualsivoglia vita umana, normale o straordinaria, per la sua tragica brevità, per la sua intensità disperata, e anche per via di quell’accordo finale che era come un punto di sospensione lasciato nell’aria, nel vago, da qualche parte, come se, irrimediabilmente, fosse rimasto ancora qualcosa da dire. […]

Fernando Pessoa – Leggo e mi sento liberato

da:
FERNANDO PESSOA
IL LIBRO DELL’ INQUIETUDINE
DI BERNARDO SOARES
Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Bach/Busoni – Adagio da BWV 564
Vladimir Horowitz

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 FERNANDO PESSOA – IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

52.

“Quantunque io appartenga, spiritualmente, alla stirpe dei romantici, non trovo riposo se non nella lettura dei classici. La loro stessa ristrettezza, attraverso cui la chiarezza si esprime, chissà da cosa mi conforta. Colgo in essi una alacre impressione di vita ampia, che contempla vasti spazi senza percorrerli. Gli stessi dèi pagani riposano del mistero.
L’analisi più che curiosa delle sensazioni – a volte delle sensazioni che supponiamo di avere – l’identificazione del cuore con il paesaggio, la rivelazione anatomica dei nervi tutti, l’uso del desiderio come volontà e dell’aspirazione come pensiero – tutte queste cose mi sono fin troppo familiari perché mi rechino qualche altra novità, o mi procurino quiete.
Ogni volta che provo tali sensazioni, desidererei, proprio perché le sento, stare a sentire un’altra cosa. Al contrario, quando leggo un classico, mi viene data proprio questa altra cosa.
Lo confesso apertamente e senza vergogna… Non c’è brano di Chateaubriand o canto di
Lamartine – brani che tante volte sembrano dare voce a ciò che penso, canti che spesso mi sembrano declamati per essere riconosciuti – che mi elevi o mi innalzi come un brano in prosa di Vieira o un’ode di quei pochi classici nostri che sono stati davvero seguaci di Orazio.
Leggo e mi sento liberato. Acquisisco oggettività. Non sono più io e mi dissipo. E ciò che leggo, invece di essere un mio abito che vedo appena e a volte mi pesa, è la grande chiarezza del mondo esterno, del tutto straordinaria, il sole che vede tutti, la luna che martella di ombre il suolo quieto, gli ampi spazi che finiscono in mare, la solidità nera degli alberi punteggiati di verde sulla chioma, la pace solida delle fontane delle ville di campagna, i sentieri ostruiti dalle vigne, lungo i brevi declivi dei pendii.
Leggo come chi abdica. E, come la corona o il mantello reali non sono mai così grandi come quando il Re, che se ne va, li abbandona al suolo, depongo sui mosaici delle anticamere tutti i miei giorni trionfali del tedio e del sogno, e salgo la scalinata con la sola nobiltà di vedere.
Leggo come chi passa. Ed è nei classici, nei calmi, in quelli che, quando soffrono, non lo dicono, che mi sento transeunte sacro, unto pellegrino contemplatore senza motivo del mondo senza proposito, Principe del Grande Esilio, che andandosene ha dato, all’ultimo mendicante, l’estrema elemosina della propria desolazione.”

Fernando Pessoa – Ho chiesto tanto poco alla vita

Fernando Pessoa
Il libro dell’inquietudine (frammento)
Ho chiesto tanto poco alla vita
Titolo originale: Livro do Desassossego
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Bach-Busoni, Chorale Prelude BWV 639
Grigori Sokolov

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Ho chiesto tanto poco alla vita e anche questo poco la vita me l’ha negato. Un raggio di sole, un campo, un sorso di quiete con un morso di pane: che non mi angosci molto sapere che esisto, e che non esiga niente dagli altri né che gli altri lo esigano da me. Pure questo mi è stato negato,come chi nega l’elemosina non per mancanza di bontà d’animo, ma pernon doversi sbottonare la giacca.
Scrivo, triste, nella mia stanza quieta, solo come sempre sono stato, solo come sempre sarò. E penso se la mia voce, apparentemente così poca cosa, non incarni la sostanza di migliaia di voci, la fame di dirsi di migliaia di vite, la pazienza di milioni d’anime sottomesse come la mia al destino quotidiano, al sogno inutile, alla speranza senza fondamento. In questi momenti il mio cuore palpita più forte per la coscienza che ho di esso.
Vivo più, perché vivo più grande. Sento nella mia persona una forza religiosa, una specie di orazione, una somiglianza di clamore. Ma la reazione contro me proviene dalla mia intelligenza… Mi vedo al quarto piano in Rua dos Douradores, mi assisto con sonno; guardo, sul foglio mezzo scritto, la vita vana senza bellezza e la sigaretta economica che, nel fumarla, appoggio sul vecchio tampone della carta assorbente. Io qui, in questo quarto piano, a interrogare la vita! A dire ciò che le anime sentono!
A fare prosa come i geni e le celebrità! Qui, io, così…

Fëdor Michajlovič Dostoevskij – Il Grande Inquisitore

AUDIOLIBRO
Fëdor Michajlovič Dostoevskij
I fratelli Karamàzov
Cap.V – Il Grande Inquisitore
traduzione di Maria Rosaria Fasanelli, Collana I Grandi Libri, Milano, Garzanti, 1992
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dipinto di Ilya Glazunov
Grande Inquisitore,1985

Dipinti della Cattedrale di Siviglia, AA.VV.

Alexander Scriabin:
Prelude Op.31 – No.1 in D flat major
Piano Sonata 1 in F Minor Op. 6 – IV