Mario Luzi – Questa felicità

Mario Luzi – Questa felicità
da “Onore del vero”, Neri Pozza Editore, 1957

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Alexander Scriabin, Preludes Op.11 – No.10
Vladimir Sofronitsky

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Questa felicità promessa o data
m’è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell’unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.

Mario Luzi – La notte, i suoi strani affollamenti

Mario Luzi – La notte, i suoi strani affollamenti
da:
LUZI
POESIE ULTIME
E RITROVATE
a cura di Stefano Verdino
Garzanti, 2014

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Zoltán Kodály
Sonata for Cello Solo in B Minor, Op.8
Pierre Fournier

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La notte, i suoi strani affollamenti.
Figure umane
flebili, avvilite
dalla disattenzione degli umani,
mortificate dalla trascuranza,
sfiorate appena, appena rasentate
dal calore della vita quotidiana –
l’insonnia nel suo vagabondare
a sorpresa le ritrova,
l’incontro le rimuove
dai loro dormitori, svegliate
escono fuori dai ripari
d’opacità e timore
nel lucore d’una oscura reminiscenza…
quando? ci fu disordine, c’è errore.
Passo passo
deve il cammino
essere fatto ancora
a ritroso: con premura,
con umiltà di cuore
è da raccogliere
la minima, l’infima dovizia
che il tempo aveva in sé,
non profferita
e nemmeno concupita –
                          ma voleva
quell’èbulo
                    esser preso
da una mano più attenta ed amorevole
della nostra cupidigia…
C’era forse da vivere più vita
nel vivaio, da suggere
più linfa dall’ispida sterpaglia.
Cresce, frana
su di sé
la storia umana,
ne ingoia la polvere o il sentore
una memoria oscura,
                                        fa sì
che non sia stata vana.
Ma rimorde la memoria,
la sua piaga non si sana:
la tortura di notte quello spregio
fatto alla vita, quell’offesa
all’amore non vissuti,
               eppure non perduti,
presenti anch’essi dove tutto è stato,
      tutto è parificato.

Mario Luzi – Tre poesie

Mario Luzi (Sesto Fiorentino, 20 ottobre 1914 – Firenze, 28 febbraio 2005)

Tre poesie

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Aprile-amore, da “Primizie del deserto”

La notte viene col canto, da “Quaderno gotico”

Prima di sera, da “Tutte le poesie”

Élégie – André Gagnon 

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Aprile-amore

Il pensiero della morte m’accompagna

tra i due muri di questa via che sale

e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo

di primavera irrita i colori,

stranisce l’erba, il glicine, fa aspra

la selce; sotto cappe ed impermeabili

punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo

che in un turbine chiaro porta fiori

misti a crudeli apparizioni, e ognuna

mentre ti chiedi che cos’è sparisce

rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti

se non che fatti irreali

prefigurano l’esilio e la morte.

Tu che sei, io che sono divenuto

che m’aggiro in così ventoso spazio,

uomo dietro una traccia fine e debole!

E’ incredibile ch’io ti cerchi in questo

o in altro luogo della terra dove

è molto se possiamo riconoscerci.

Ma è ancora un’età, la mia,

che s’aspetta dagli altri

quello che è in noi oppure non esiste.

L’amore aiuta a vivere, a durare

l’amore annulla e dà principio. E quando

chi soffre o langue spera, se anche spera,

che un soccorso s’annunci di lontano,

è in lui, un soffio basta a suscitarlo.

Questo ho imparato e dimenticato mille volte,

ora da te mi torna fatto chiaro,

ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo.

 

 

La notte viene col canto

 

La notte viene col canto

prolungato dell’assiuolo,

semina le sue luci nella conca,

sale per le pendici umide, trema

un poco. La forza in lunghi anni

acquistata a soffrire viene meno

e la piccola scienza si disarma,

il sorriso virile

non ha più la sua calma.

Tu chi sei

che aspettavi invisibile, appostata

a una svolta dell’età

finché fosse la tua ora? Ti devo

questo tempo di gratitudine

e d’altrettanto dolore.

Ed ora inquietudine s’insinua,

penetra queste prime notti estive,

invade il muro ancora caldo, segue

il volo delle lucciole sulle aie,

s’inselva nelle viottole ove a un tratto

nell’abbaglio dei fari la lepre saetta.

Cara, come ho potuto non intendere?

La vita era sospesa

tutta come questa veglia.

C’è da piangere a pensare

come ho sciupato questa lunga attesa

con tante parole inadeguate,

con tanti atti inconsulti, irreparabili,

e ora ferito dico non importa

purché il supplizio abbia fine.

<<La salvezza sperata così non si conviene

né a te, né ad altri come te. La pace,

se verrà, ti verrà per altre vie

più lucide di questa, più sofferte;

quando soffrire non ti parrà vano

ché anche la pena esiste e deve vivere

e trasformarsi in bene tuo ed altrui.

La fede è in te, la fede è una persona>>.

Questa canzone non ha più parole.

 

 

Prima di sera

 

<<Credi, credi di conoscermi>> recita lei quasi parlando al vento

e osserva controsole la polvere

strisciare sullo stradone deserto.

<<Appartieni troppo a te stesso>> insiste ad accusarmi

prolungando la pena dell’indugio

quella parte di lei che ancora combatte

avvilita e altera nella macchina ferma.

Ma le suona falso l’argomento

e ne scorgo sul cristallo la larva

che spenge d’un sorriso

dimesso le parole appena dette.

<<Oh di questo hai anche troppo sofferto>> aggiunge poi quasi

sul luogo, un’orticaia, dove mi ha crocefisso. [portando fiori

<<Vanamente>> mormoro più che dal rimorso

toccato da quel tono

di persistente, doloroso affetto;

e ora vorrei non le sembrasse indegno

cercare in altri la causa

del suo male, fosse pure il mio torto.

<<Vanamente>> e mi viene non so se dal ricordo

o dal sogno un’immagine di lei

gracile, impalata nella sua altezza, che guarda un fiume

dall’argine e, poco oltre la foce,

la lacca grigia del mare oscurarsi .

<<Lascia perdere>> dice lei con la voce di chi torna

dopo un’assenza di anni sul luogo stesso

e raduna le spoglie lasciate in altri tempo, dopo lo scacco.

<<Perché non è in nostro potere richiamarci>>

mi chiedo io sorpreso che sia lì, ferma, sul sedile accanto.

<< Che intesa può darsi senza luce di speranza?

Perché la speranza è irreversibile>> commenta

il suo silenzio rigido senza più lotta

mentre abbassa risoluta la maniglia

e getta un’occhiata di squincio al casamento, alto, che tra poco

la inghiotte.

 

Mario Luzi – Di che è mancanza…

Mario Luzi
“Di che è mancanza…”
in “Sotto specie umana”,
Garzanti, Milano 1999, p. 190
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie, 6 Pieces,
Desespoir agreable. Calme
Klara Kormendi

Di che è mancanza questa mancanza,
cuore,
che a un tratto ne
sei pieno?
di che?
Rotta la diga
t’inonda e ti sommerge
la piena della tua indigenza…
Viene,
forse viene,
da oltre te
un richiamo
che ora perché agonizzi non ascolti.
Ma c’è, ne custodisce
forza e canto
la musica perpetua ritornerà.
Sii calmo.