Czesław Miłosz – Il senso

Czesław Miłosz – Il senso
Czesław Miłosz (Šeteniai, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004)
Premio Nobel per la Letteratura nel 1980, poeta, romanziere, saggista, traduttore, storico della letteratura.
Versione di Paolo Statuti ©
Titolo originale: “Sens” da “Dalsze okolice”, 1991.

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Zbigniew Preisner – Damage

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Il senso

– Quando morirò, vedrò la fodera del mondo.
L’altra parte, dietro l’uccello, il monte e il tramonto del sole.
Letture che richiamano il vero significato.
Ciò che non corrispondeva, corrisponderà.
Ciò che era incomprensibile, sarà compreso.

Ma se non c’è la fodera del mondo?
Se il tordo sul ramo non è affatto un indizio
Soltanto un tordo sul ramo, se il giorno e la notte
Si susseguono non curandosi del senso
E non c’è niente sulla terra, tranne questa terra?

Se così fosse, resterebbe tuttavia
La parola una volta destata da effimere labbra,
Che corre e corre, messo instancabile,
Verso campi interstellari, nel mulinello delle galassie
E protesta, chiama, grida.

Versione di Paolo Statuti ©

Andrej Dement’ev – Quando l’amore per sempre se ne vuole andare…

Andrej Dement’ev (Tver, 16 Luglio 1928 – Mosca, 26 giugno 2018)
Quando l’amore per sempre se ne vuole andare…
Versione di Paolo Statuti ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Edvard Munch, Separation 1896

Mateusz Piechnat – Scriabin Prelude op. 11 / 21

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Quando l’amore per sempre se ne vuole andare,
Nell’addio non trattarlo male.
Tu dal passato sei libero,
Ma il suo ricordo rimane.

Ti prego,
Sii generoso.
Lascia l’astuzia e la falsità.
Quando l’amore per sempre se ne vuole andare,
Accompagnalo con dignità.

Sii degno della felicità trascorsa,
Delle premure e degli affronti.
Noi col passato nel presente
Dobbiamo saldare i nostri conti.

Sii degno del tuo amore.
Quando arriva e quando scompare.
Nella felicità
Noi non ci distinguiamo.
Nel dolore –
Dobbiamo diversamente pagare.

Versione di Paolo Statuti ©

William Blake – All’autunno

William Blake (1757 – 1827)
All’autunno
da “I Canti delle Stagioni”, tradotti da Paolo Statuti ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Frederic Edwin Church, Autumn – 1875

Jean-Philippe Rameau: Zéphyre – Sarabande

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O Autunno, carico di frutti e macchiato
Di sangue dell’uva, non andartene, ma siedi
Sotto il mio tetto ombroso; qui puoi riposare,
Accorda la tua lieta voce al mio flauto,
E tutte le figlie dell’anno danzeranno!
Canta ora il canto rigoglioso di frutti e fiori.

“Un bocciolo stretto schiude la sua bellezza
Al sole, e l’amore corre nelle frementi vene,
I fiori pendono dalla fronte del Mattino, e
Avvolgono il luminoso volto della Sera,
Finché dell’estate di san Martino si udrà il canto,
E nuvole piumate copriranno di fiori la sua testa.

Gli spiriti dell’aria vivono negli odori
Dei frutti. E la gioia, aleggia intorno
Ai giardini, o siede cantando sugli alberi.”
Così cantava l’allegro autunno e si sedette.
Poi si alzò, si cinse, e sulle pallide colline
Sparì dai nostri occhi. Ma lasciò tutto il suo oro.

Poesie – Traduzioni e versioni di Paolo Statuti

Poesie
Traduzioni e versioni di Paolo Statuti ©
Lettura di Luigi Maria Corsanico
Dipinto di Paolo Statuti

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00:18 Cyprian Kamil Norwid, A Verona
01:09 Bolesław Leśmian, Trasformazioni
03:08 Thomas Moore, Credimi, se tutti i tuoi diletti incanti…
04:21 Boris Pasternak, Definizione della poesia
05:26 Jan Lechoń, L’incontro

Gabriel Fauré – Pavane in F-sharp minor Op. 50

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Cyprian Kamil Norwid  (Laskowo-Głuchy, 24 settembre 1821 – Parigi, 23 maggio 1883)

A Verona

Dei Capuleti e dei Montecchi le magioni,
Slavate dalla pioggia, squassate dai tuoni,
L’occhio mite dell’azzurro osserva.
Si posa sui ruderi dei manieri avversi,
Dei giardini scorge i cancelli riversi,
E lascia piovere una stella.
I cipressi dicono che per Giulietta,
Che per Romeo, una lacrima da un pianeta
Cade, e nelle tombe discende;
Ma la gente dice, e dice accortamente,
Che non sono lacrime, ma pietre,
E che nessuno le attende!

 

Bolesław Leśmian (Varsavia, 22 gennaio 1877 – Varsavia, 7 novembre 1937)

Trasformazioni

Soffocante era il buio e di brama – una morsa,
E il fiordaliso, schiarito da un lampo muto,
Trafisse le pupille ad un capriolo in corsa
Nel bosco, sorpreso da un occhio sconosciuto –
E il fiore, azzurrandolo, saltava capriolamente,
E alla fiordaliso guardava il mondo avidamente.

Un papavero, là, nel campo senza fine
Si scoprì, e con un grido privo di suono
Si trasanguò in un gallo in piume porporine,
E la scarlatta cresta scosse con frastuono,
E cantò nella notte con terrore insano,
Fino all’eco dei galli veri da lontano.

L’orzo, indoratosi d’anelito addensato,
Rizzò le spighe dalla rabbia avvelenate,
Si traschiacciò scricchiando in un riccio dorato,
E corse via pungendo verdi barricate,
Guaì, e ai fiori tenne il broncio, inciprignito,
E nessuno saprà mai ciò che ha visto e sentito.

Ed io – per quale ortica or l’anima mi brucia,
E tra i campi, furtive, le mie gambe vanno?
Perché ora i fiori mi guardan con sfiducia?
Forse qualcosa oscura di me – chissà – sanno?
Che ho fatto per premermi le mani sulla testa?
Chi ero quella notte di cui più nulla resta?

 

Thomas Moore (Dublino, 28 maggio 1779 – Sloperton, 25 febbraio 1852)

Credimi, se tutti i tuoi diletti incanti…

Credimi, se tutti i tuoi diletti incanti
Che oggi ammiro sì teneramente,
Domani si rivelassero infranti,
Per magia d’una fata, di repente,
Saresti ancora adorata come adesso.
Se la tua grazia dovesse svanire,
Ogni mio desìo come verde amplesso
Ti farebbe di nuovo rifiorire.

Non quando possiedi gioventù e beltà
E mai versi una lacrima amara,
Si riconosce l’ardore e la fedeltà
Dell’anima cui sarai ognor più cara:
No, chi ama davvero ignora l’oblio,
E ama sempre fino all’ultima ora,
Come il girasole rivolge al suo dio
Lo stesso sguardo al tramonto e all’aurora.

 

Boris Leonidovič Pasternak (Mosca, 10 febbraio 1890 – Peredelkino, 30 maggio 1960)

Definizione della poesia

E’ il fischio sparso all’improvviso,
Il crepitìo dei ghiaccioli,
La notte che gela la foglia,
Il duello di due usignoli.
E’ il pisello inselvatichito,
Il pianto del cielo nei baccelli,
Figaro dai leggii e dai flauti
Che sulle aiole cade a granelli.
E’ tutto ciò che alla notte importa
Trovare nei fondali profondi,
E una stella portare nel vivaio
Sui palmi bagnati e tremebondi.
Più piatta d’una tavola è l’afa,
Il firmamento è sommerso di ontano,
Alle stelle si addice ridere,
Ma l’universo è sordo e lontano.
1917

 

Jan Lechoń  (Varsavia, 13 marzo 1899 – New York, 8 giugno 1956)

L’incontro
A Maria Bogdzinska

Oggi in questa notte, insonne e abbandonato,
Tra i raggi lunari, spinto da un soffio strano,
Non so come a Ravenna mi son ritrovato
E ho visto ciò che da tempo sognavo invano.

Le note d’un flauto da una finestra vicino,
La brezza che porta un profumo inebriante –
Ed io come tra mistici fiori cammino,
Sotto la celeste cupola scintillante.

“Sarà pago chi beve alla divina fonte!”
Ho chiuso gli occhi come chiamato da Dio –
Udivo solo del fiume lo strano brusìo,
Più tardi, più tardi ho visto Dante sul ponte.

“Sei tu, Tu, mio maestro! Bianco come un giglio,
Perché mai Ti brucia questo strano sconforto?
Svelami, Ti prego, il segreto del Tuo volto.
Non so niente. Mi son perso. Dammi un consiglio”.

Egli disse, o disse l’acqua, oppure la luna,
Caddi in ginocchio, coprendomi il viso triste:
“Non c’è inferno, né cielo, non c’è terra alcuna,
C’è solo Beatrice. E proprio lei non esiste”.

1922

(Tutte le poesie sono nella versione di Paolo Statuti)