Luigi Maria Corsanico interpreta: «Io vulesse truvà pace»

«Io vulesse truvà pace»
di Eduardo De Filippo

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie, Gymnopedie N. 1 per due chitarre
Boris Bagger
Roman Hernitscheck


«Io vulesse truvà pace»
di Eduardo De Filippo

Io vulesse truvà pace;
ma na pace senza morte.
Una, mmiez’a tanta porte,
s’arapesse pè campà!

S’arapesse na matina,
na matin’ ‘e primavera,
e arrivasse fin’ ‘a sera
senza dì: « nzerràte llà »

Senza sentere cchiù ‘a ggente
ca te dice: « io faccio…, io dico »,
senza sentere l’amico
ca te vene a cunziglià.

Senza senter’ ‘a famiglia
ca te dice:« Ma ch’ ‘e fatto? »
Senza scennere cchiù a patto
c’ ‘a cuscienza e ‘a dignità.

Senza leggere ‘o giurnale…
‘a nutizia impressionante,
ch’è nu guaio pè tutte quante
e nun tiene che ce fà.

Senza sentere ‘o duttore
ca te spiega a malatia…
‘a ricett’ in farmacia…
l’onorario ch’ ‘e ‘a pavà.

Senza sentere stu core
ca te parla ‘e Cuncettina,
Rita, Brigida, Nannina…
Chesta sì… Chell’ata no.

Pecchè, insomma, si vuò pace
e nun sentere cchiù niente,
‘e ‘a sperà ca sulamente
ven’ ‘a morte a te piglià?

Io vulesse truvà pace
ma na pace senza morte.
Una, mmiez’a tanta porte,
s’arapesse pè campà!

S’arapesse na matina,
na matin’ ‘e primavera…
e arrivasse fin’ ‘a sera
senza dì: « nzerràte llà »

Mario Luzi – Questa felicità

Mario Luzi – Questa felicità
da “Onore del vero”, Neri Pozza Editore, 1957

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Alexander Scriabin, Preludes Op.11 – No.10
Vladimir Sofronitsky

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Questa felicità promessa o data
m’è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell’unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.

Mario Luzi – La notte, i suoi strani affollamenti

Mario Luzi – La notte, i suoi strani affollamenti
da:
LUZI
POESIE ULTIME
E RITROVATE
a cura di Stefano Verdino
Garzanti, 2014

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Zoltán Kodály
Sonata for Cello Solo in B Minor, Op.8
Pierre Fournier

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La notte, i suoi strani affollamenti.
Figure umane
flebili, avvilite
dalla disattenzione degli umani,
mortificate dalla trascuranza,
sfiorate appena, appena rasentate
dal calore della vita quotidiana –
l’insonnia nel suo vagabondare
a sorpresa le ritrova,
l’incontro le rimuove
dai loro dormitori, svegliate
escono fuori dai ripari
d’opacità e timore
nel lucore d’una oscura reminiscenza…
quando? ci fu disordine, c’è errore.
Passo passo
deve il cammino
essere fatto ancora
a ritroso: con premura,
con umiltà di cuore
è da raccogliere
la minima, l’infima dovizia
che il tempo aveva in sé,
non profferita
e nemmeno concupita –
                          ma voleva
quell’èbulo
                    esser preso
da una mano più attenta ed amorevole
della nostra cupidigia…
C’era forse da vivere più vita
nel vivaio, da suggere
più linfa dall’ispida sterpaglia.
Cresce, frana
su di sé
la storia umana,
ne ingoia la polvere o il sentore
una memoria oscura,
                                        fa sì
che non sia stata vana.
Ma rimorde la memoria,
la sua piaga non si sana:
la tortura di notte quello spregio
fatto alla vita, quell’offesa
all’amore non vissuti,
               eppure non perduti,
presenti anch’essi dove tutto è stato,
      tutto è parificato.

ITALO BONASSI – UN GIRO DI VALZER

Italo Bonassi ©
Un giro di valzer
da qui: https://italobonassi.wordpress.com/2018/10/24/in-principio-cera-il-buio/

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Gustav Mahler, Sinfonia n. 4 – poco adagio
Leonard Bernstein & Wiener Philharmoniker

Dipinti di Lisa Grossman
https://lisagrossmanart.com/

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UN GIRO DI VALZER

Siamo estranei, e non è per noi,
viandanti senza patria, questa strada
dove si va,
non è la nostra terra
che giorno dopo giorno si calpesta,
e nessun posto qui è meglio degli altri,
nessuno alloggio o letto per dormire
qui è fatto per concederci riposo,
noi non si è di qui,
siamo stranieri,
esuli transitori di passaggio.
Tremante vorrei offrirti le mie gambe
per camminare fino alla mia terra,
vorrei poter portarti sulle spalle,
madre, e aver la gioia di danzare
con te, almeno
un solo giro di valzer,
con te che avevi amore e fantasia
e leggerezza di gambe per danzare.
Oh, lo faremo, madre mia, un giro,
lassù, di valzer, dove arriverò un giorno,
dove mi porteranno le mie gambe
– o le ali – lungo una via in salita,
dove si va, e indietro non si torna
– o forse, chissà, sì. –
E tu sai, madre,
porto dentro di me il mio destino,
sono il veliero
e il grido del corsaro,
e gioca e gonfia il vento il mio velame
tra misteriose nebbie e un’agitata
brezza di mare.
E ancora e ancora
tengo il timone fermo mentre avanzo
tra eteree trasparenze di cristalli
e luccicori d’ombre e cieli azzurri
con un corteo
di maschere grottesche
e risa di fantasmi, nell’incanto
di una vita che lievita silenzi
di passi di perduti pellegrini
ormai senza più età, eterni.
Lassù è la vita, lassù c’è la locanda
che ci concede alfine del riposo,
lassù c’è il posto
meglio di altri posti
per noi, camminatori senza patria.
Lassù è l’eternità di cui si parla:
godiamocela, dunque, madre.
È meritata.

Marcello Comitini – Fratello implacabile

Marcello Comitini – Fratello implacabile ©

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Gustav Mahler, Sinfonia n. 4 – poco adagio
Leonard Bernstein & Wiener Philharmoniker

Dipinti di Claude Monet

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Fratello implacabile 

Questo mare aperto questi antichi approdi
questo lucentissimo rotolare delle onde
che s’avventano giorno e notte ai piedi delle terre.
Io per caso o per destino seduto ai limiti
della sua immensità vedo l’uomo e la sua assenza.
Non dorme ma adesso calmo ed imprendibile
specchia la solitudine del cielo e delle sue profondità.
Sembra chiedermi di me
della mia creaturale oscurità.
Chiariscimi sembra dirmi perché mi ami
perché in me culli la tua anima.
Spogliato d’ogni tua immaginifica significazione
ti tuffi senza malizia tra le mie braccia
libero d’ogni grumo di tormento, d’ogni traccia
di lubricità e di carne.
Scendi nel mio misericordioso grembo
in cerca di una pace, di un futuro
che potrebbe all’improvviso disserrarsi.
Felicità? Non sembra. Pure nel silenzio non si arresta
il ronzio del tuo pensiero
che insegue sé medesimo e ti lambisce il cuore.
Questa tua lunga sofferenza è crudeltà?
O misericordia?
La tua vita che scorre sommessamente
non sarà mai simile al canto
delle mie acque celesti, né al grido feroce delle mie onde.
Vorrei rispondergli non so non ho mai compreso
l’ansito che ti tiene sveglio,
quel tuo eterno ricominciamento che non ha meta
se non te stesso,
tuo fratello implacabile!
Marcello Comitini – Fratello implacabile ©

Wisława Szymborska – L’odio

Wisława Szymborska – L’odio
da:
LA GIOIA DI SCRIVERE
Tutte le poesie (1945-2009)
A CURA DI PIETRO MARCHESANI
ADELPHI EDIZIONI

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Morton Feldman: Piano and String Quartet (1985)

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Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.
Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.
Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via.
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.
Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.
Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?
Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.
È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.
In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
– lui solo.

FERNANDO PESSOA – A VOLTE

FERNANDO PESSOA – A VOLTE
da:
Fernando Pessoa
IL MONDO CHE NON VEDO
POESIE ORTONIME
A cura di Piero Ceccucci
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
Postfazione di José Saramago
Testo portoghese a fronte

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie: Pièces Froides, Reinbert De Leeuw

Immagini di L.M.Corsanico

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A volte

A volte fra il temporale,
quando ha già bagnato,
spunta un lembo di cielo,
di cui l’anima s’alimenta.

E a volte fra il torpore
che non è tormenta dell’anima,
spunta una specie di calma
che non conosce il languore.

E, sia nell’uno che nell’altro caso,
siccome il male fatto è fatto,
restano i versi che verso,
vino nella coppa del caso.

Perché veramente
sentire è così complicato
che solo ingannandosi
si crede che si sente.

Soffriamo? I versi peccano.
Mentiamo? I versi sbagliano.
E tutto è piogge che irrorano
foglie cadute che seccano.                  26 agosto 1930


Às vezes entre a tormenta

Às vezes entre a tormenta,
quando já umedeceu,
raia uma nesga no céu,
com que a alma se alimenta.

E às vezes entre o torpor
que não é tormenta da alma,
raia uma espécie de calma
que não conhece o langor.

E, quer num quer noutro caso,
como o mal feito está feito,
restam os versos que deito,
vinho no copo do acaso.

Porque verdadeiramente
sentir é tão complicado
que só andando enganado
é que se crê que se sente.

Sofremos? Os versos pecam.
Mentimos? Os versos falham.
E tudo é chuvas que orvalham
folhas caídas que secam.

Fernando Pessoa, in ‘Cancioneiro’