Luigi Maria Corsanico interpreta: «Io vulesse truvà pace»

«Io vulesse truvà pace»
di Eduardo De Filippo

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Erik Satie, Gymnopedie N. 1 per due chitarre
Boris Bagger
Roman Hernitscheck


«Io vulesse truvà pace»
di Eduardo De Filippo

Io vulesse truvà pace;
ma na pace senza morte.
Una, mmiez’a tanta porte,
s’arapesse pè campà!

S’arapesse na matina,
na matin’ ‘e primavera,
e arrivasse fin’ ‘a sera
senza dì: « nzerràte llà »

Senza sentere cchiù ‘a ggente
ca te dice: « io faccio…, io dico »,
senza sentere l’amico
ca te vene a cunziglià.

Senza senter’ ‘a famiglia
ca te dice:« Ma ch’ ‘e fatto? »
Senza scennere cchiù a patto
c’ ‘a cuscienza e ‘a dignità.

Senza leggere ‘o giurnale…
‘a nutizia impressionante,
ch’è nu guaio pè tutte quante
e nun tiene che ce fà.

Senza sentere ‘o duttore
ca te spiega a malatia…
‘a ricett’ in farmacia…
l’onorario ch’ ‘e ‘a pavà.

Senza sentere stu core
ca te parla ‘e Cuncettina,
Rita, Brigida, Nannina…
Chesta sì… Chell’ata no.

Pecchè, insomma, si vuò pace
e nun sentere cchiù niente,
‘e ‘a sperà ca sulamente
ven’ ‘a morte a te piglià?

Io vulesse truvà pace
ma na pace senza morte.
Una, mmiez’a tanta porte,
s’arapesse pè campà!

S’arapesse na matina,
na matin’ ‘e primavera…
e arrivasse fin’ ‘a sera
senza dì: « nzerràte llà »

Eduardo, 31 ottobre 1984 – Pier Paolo, 2 novembre 1975

Pier Paolo, poesia di Eduardo De Filippo
da: “O’ penziero e altre poesie” di Eduardo, Einaudi1975
Lettura di Luigi Maria Corsanico
JS Bach Sonata No1 in G minor BMV 1001
Viktoria Mullova – Adagio
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Pier Paolo

Non li toccate
quei diciotto sassi
che fanno aiuola
con a capo issata
la ‹‹spalliera›› di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la ‹‹spalliera››,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più!
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la ‹‹spalliera››
a darci ancora
la fede e la speranza
in Cristo povero.

[Eduardo De Filippo, 1975]

Francesco Guccini – Vorrei

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Vorrei conoscer l’odore del tuo paese,
camminare di casa nel tuo giardino,
respirare nell’ aria sale e maggese,
gli aromi della tua salvia e del rosmarino.
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero

parlando con me del tempo e dei giorni andati,
vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero,
come se amici fossimo sempre stati.
Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci
e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri,
le strisce delle lumache nei loro gusci,
capire tutti gli sguardi dietro agli scuri

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

Vorrei con te da solo sempre viaggiare,
scoprire quello che intorno c’è da scoprire
per raccontarti e poi farmi raccontare
il senso d’un rabbuiarsi e del tuo gioire;
vorrei tornare nei posti dove son stato,
spiegarti di quanto tutto sia poi diverso
e per farmi da te spiegare cos’è cambiato
e quale sapore nuovo abbia l’ universo.
Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona
o il mare di una remota spiaggia cubana
o un greppe dell’ Appennino dove risuona
fra gli alberi un’ usata e semplice tramontana

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

Vorrei restare per sempre in un posto solo
per ascoltare il suono del tuo parlare
e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo
impliciti dentro al semplice tuo camminare
e restare in silenzio al suono della tua voce
o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso.
Vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito
che l’ oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all’ infinito

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

 

Se io avessi previsto tutto questo. Gli amici, la strada, le canzoni è una raccolta di Francesco Guccini composta da canzoni scelte dallo stesso cantautore, uscita nel 2015, anno della celebrazione dei suoi 75 anni.

adozioni a distanza

da qui:  https://almerighi.wordpress.com/2018/10/02/adozioni-a-distanza/

almerighi

Bel Paese, qui distrattamente
si muore per un palazzo in pezzi
senza necessità di terremoti
o per guadagnare un poco,
pane e sale da portare a casa.
abitato da uomini mai nati
sempre pronti a uccidere donne
dopo averle chiuse al buio,
a volte un ponte cade da sé,
scoppia un automezzo carico
per un colpo di sonno:
morire mentre si sogna.
al diavolo tutto il resto,
persino in mare, i vagabondi
respinti da servi del danaro
colano a picco, ingrassano i pesci,
tutti si chiamano Hurbinek
la mala erba non ha fantasia coi nomi,
l’opulenza non prende prigionieri
meglio le adozioni a distanza
non hanno odore
candeggiano le coscienze perbene,
intanto si muore ogni giorno:
la vita passa, è già andata,
siamo divisi dalla Linea Gotica
che non c’è più.

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ODE ALLA NOTTE di Fernando Pessoa

Seppure il sole sia alto e finalmente saluti la Primavera, ripropongo l’Ode di Pessoa, sia per il testo, ma, soprattutto per il commento/esegesi di Marcello Comitini, che qui riporto:

“Ci sono questi due versi «dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva» e «polvere di oro sui tuoi capelli neri, e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto», che mi fanno amare questa poesia. Sono due versi, non i più belli, nascosti fra i mille gioielli di questa Ode alla Notte, che fanno di questa poesia, un poema profondamente umano, in cui vengono tracciati i sentimenti problematici di ogni essere umano. C’è l’amore sensuale per un’entità spirituale, c’è l’anelito all’eternità suggerito da ciò che ha in sé una fine, c’è il desiderio di spiritualità che pervade ogni uomo, anche se ateo, c’è il bisogno d’essere amato e d’amare, c’è il bisogno di evadere dalle proprie abitudini e di rimanere legato alle proprie radici, c’è il senso della ribellione e quello opposto che una carezza sa donare. Non c’è solo Pessoa e le sue diverse personalità: ci siamo tutti noi, come tante anime, tanti volti e tante voci raccolte in un solo essere vivente capace di esprimerli tutti armonizzandoli tra loro senza confonderli, senza farne una mescolanza indistinta e contraddittoria. È il Poeta che parla, il poeta che non può avere una sola voce, una sola anima, una sola vita. Tutto questo Luigi lo sottolinei, lo fai vibrare nella tua lettura e riesci a far ascoltare questa lunga poesia come si beve un buon bicchiere di vino gustandone tutte le fragranze e tutto lo scintillio rosso rubino e tutti i profumi che penetrano in noi e inebriano la nostra anima.”

In ricordo di mia madre – 24 agosto 2008

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro