WILLIAM SHAKESPEARE – AMLETO, SOLILOQUIO ATTO III

WILLIAM SHAKESPEARE

AMLETO

ATTO III – SCENA PRIMA

SOLILOQUIO

Nella traduzione di Cesare Garboli
Letture Einaudi
2009

Lettura di Luigi Maria Corsanico

John Dowland – Pavan; Lachrimae Antiquae (“Ancient Tears”)
The Rose Consort of Viols
Jocob Heringman – Renaissance lutes

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Essere o non essere? Ecco il quesito.
È più da coraggiosi seppellire
nel profondo dell’anima le frecce
e i sassi che la vita scaglia contro,
o piantare la spada, e a viso aperto
a un oceano di orrori opporsi e dire:
no, finiamola? Morire, dormire –
niente di più, e dormendo dire: basta
a ciò che stringe il cuore, basta a questi
imbrogli della carne, a tutta questa
eredità di male. Non è pio
sperare che la vita abbia una fine?
Morire. Dormire. Sognare forse.
Ah, questo è il nodo! Già, perché che vengano
dei sogni a visitarci anche da morti,
e quali, eccolo il nodo: ecco il pensiero
che fa cosi longevi i nostri mali.
Già, chi udrebbe, per anni, il ridacchiare
del tempo, quel galoppo da padrone,
e i dileggi del mondo, quelle sferze
che schioccano sui fianchi, e l’arroganza,
i soprusi e lo· scherno dei potenti,
le angosce di un amore disprezzato,
i passi da lumaca della legge,
l’insolenza dei pubblici ufficiali,
i calci e le pedate che il valore
riceve puntualmente dagli indegni,
quando a darsi quietanza basterebbe
la firma di un pugnale? Chi vorrebbe
trascinare una vita, qui, da bestie,
se non fosse il pensiero di qualcosa
là, dopo morti – ignoto dove, luogo
da dove non si torna – a far tremare
e vacillare l’anima? e a far peggiore
dei nostri mali ciò che non sappiamo?
Cosi il sapere ci fa tutti vili,
e la pallida ombra del pensiero
annebbia il color vivo del decidere.
Una nobile impresa può, per questo,
smarrirsi dal suo corso, e può smarrire
anche il nome di azione.